Il microscopio
ingrandire l'informazione
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1 feb
Il mondo del lavoro cambia velocemente. Il pericolo tangibile che si corre nei prossimi anni è di trovarsi di fronte ad un settore produttivo sempre più esigente nel richiedere nuove mansioni tecnico-scientifiche e un mondo della formazione e dell’istruzione fermo su sé stesso poiché incapace di preparare figure professionali adatte alle domande del mercato.
In tale contesto, se da un lato diventa importante che gli aspiranti imprenditori sviluppino maggiori capacità manageriali, le istituzioni definiscano regole più efficaci e procedure più snelle, il mondo accademico si organizzi per fornire formazione anche di tipo manageriale a studenti di ogni facoltà, è richiesto anche alla scuola, soprattutto a quella superiore, di offrire maggiori opportunità di sbocco nel mondo delle nuove professioni adeguandosi ai ritmi globali di cambiamento del settore produttivo e delle realtà imprenditoriali.
Gli Istituti Tecnici e Professionali (ITS) istituiti con DPCM del 25/01/08 sembrano rispondere positivamente a queste nuove esigenze del mercato formativo. In varie regioni d’Italia le Regioni hanno puntato nell’ambito dell’offerta formativa su questo nuovo modo di fare istruzione professionale coinvolgendo direttamente anche altre realtà territoriali (enti, imprese, aziende, università).
Infatti, nati sotto forma di Fondazioni di partecipazioni, alla compagine statutaria degli ITS partecipano oltre ad un Istituto di istruzione secondaria superiore, una struttura formativa accreditata, imprese del settore produttivo e dipartimenti universitari o altro organismo di ricerca.
Gli Istituti di cui trattasi sembrano rispondere con efficacia alla necessità di creare profili professionali più orientati all’attuale richiesta da parte del mondo del lavoro che è sempre più calibrato su figure tecnico-specialistiche.
Il diploma conseguito permette di acquisire una preparazione culturale per un immediato inserimento nel mondo del lavoro, la possibilità di proseguire gli studi universitari o di ottenere specializzazioni ulteriori con i corsi di formazione tecnica.
Diamo un’occhiata ai numeri: la domanda di diplomati tecnici e professionali da parte delle imprese è in aumento (nel 2009 parliamo di circa 214.000 unità, nel 2010 236.000); sono 110.000 i diplomati tecnici e professionali che le imprese ancora non trovano (Fonte Confindustria Education su dati Excelsior 2010).
Gli ITS valorizzano il binomio Scienza-Tecnologia per la crescita della cultura dell’Innovazione a cui dobbiamo guardare con maggiore attenzione e interesse anche in Basilicata.
Gli Istituti operano nell’ambito delle priorità indicati dalla programmazione regionale nel sostenere misure per l’innovazione e il trasferimento tecnologico alle PMI; diffondere la cultura tecnica e scientifica e promuovere l’orientamento dei giovani verso le professioni tecniche.
Gli ITS vengono istituiti nel rispetto delle competenze esclusive delle regioni in materia di programmazione dell’offerta formativa. Sarebbe interessante conoscere il parere della Regione sul perché la Basilicata , che pure è una realtà che sembra puntare molto sulle energie rinnovabili, sul turismo, sulle nuove tecnologie della vita ecc., (tutte discipline incluse negli indirizzi prioritari degli ITS ) è ad oggi una delle poche regioni a non aver previsto e incentivato questa importante e strategica struttura formativa.
Torneremo sull’argomento.
13 nov

E Monti fu. Questa sera il Presidente della Repubblica dopo aver concluso il giro di consultazioni con i rappresentanti dei Partiti, ha conferito al senatore Mario Monti l’incarico di formare il nuovo governo.
Si chiude la stagione del Berlusconismo ma, soprattutto, si chiude la stagione del bipolarismo muscolare e aggressivo che ha finito per ridurre la politica italiana ad uno scontro tra favorevoli e contrari all’imprenditore milanese sceso in politica.
Non sarà una passeggiata per il neo Presidente Monti mettere in piedi la nuova squadra di governo, così come non sarà facile costruire e mantenere una larga maggioranza a sostegno delle misure rigide e impopolari che la Comunità europea ci chiama a onorare.
Non servono le sfilate o i festeggiamenti per le dimissioni di Berlusconi, non è questa la faccia dell’Italia migliore, preferisco al contrario la moderazione e la pacatezza di fronte ad un momento che era e resta tra i più delicati della storia del nostro Paese.
Serve responsabilità, chiarezza sugli obiettivi e soprattutto un momento costruttivo tra le forze politiche parlamentari chiamate ad uno sforzo di convergenza dopo anni di contrapposizioni molto forti.
Per questo il periodo che ci aspetta sarà pieno di incognite, di sacrifici, di impegni concreti per rimettere l’Italia sui binari della crescita.
Ultima annotazione: da segnalare la lungimiranza del Terzo Polo e dell’UDC di Casini in particolare che, da anni, auspicava un governo di responsabilità nazionale, come risposta e rimedio ad un governo oramai inadeguato di fronte alle sfide che l’Europa da tempo imponeva.
25 ott
La città di Potenza imbrigliata dalle beghe interne al Partito Regione. E’ quanto emerge dalla lettura di alcuni quotidiani locali in merito alle vicende legate all’inceneritore Fenice e al ruolo dell’Arpab.
Dal 2009 si fa esplicito riferimento a correnti in lotta per i congressi, ad “eleganti inviti” al corretto posizionamento dei singoli a favore di Tizio anzichè di Caio. La sfida per la Segreteria regionale del Partito Democratico sarebbe diventata il crocevia di una serie di situazioni che hanno di fatto prodotto ricadute negative sulla gestione di servizi essenziali per la collettività.
Nel frattempo la città lentamente muore, le mense nelle scuole non partono, i rifiuti invadono i cassonetti per mancanza di siti idonei allo stoccaggio, i trasporti sono in affanno.
A farne le spese, come sempre, restano i cittadini. E’ giusto tutto questo? Fino a quando potrà durare tale situazione?.
Serve uno scatto di reni, un accordo intergenerazionale che metta insieme le menti migliori e le forze sane per individuare vie d’uscita a ciò che si prospetta essere uno dei Terremoti politici più disastrosi e violenti che la città e l’intera Basilicata abbiano mai registrato.
19 set
Ricevo e pubblico la dettagliata disamina di L.P. circa il sovraffollamento delle classi in cui trovasi attualmente diverse realtà scolastiche della nostra città. Invito a leggerla integralmente poichè, a mio personale giudizio, contiene anche utili indicazioni nel caso in cui sia necessario agire per veder riconosciuti elementari diritti .
Antefatto Venerdì 16 settembre 2011 ore 8,50
Come ogni buon genitore, accompagno mio figlio al suo primo giorno di asilo melius “scuola per l’infanzia”.
Mi informo dalla maestra del numero di alunni che “stazioneranno” nell’aula e apprendo che, verosimilmente, saranno 26 o 27 o 28. A questo punto, guardo la grandezza dell’aula e, francamente, la stessa mi sembra piccola per ospitare insieme giovani generazioni di tre, quattro e cinque anni per un numero complessivo di 26, 27 o 28 bambini.
Poichè sono curioso mi reco a guardare un’altra aula e la sua classe che sarà ugualmente – mi informano – composta di 26, 27 o 28 bambini. Quest’ altra aula è decisamente molto più grande.
Penso che sia un caso cosicchè, vado a guardare tutte le aule che ospiteranno le nuove generazioni; sono tutte molto più grandi di quella di mio figlio e delle altre visionate successivamente. Espongo la questione al dirigente scolastico che, sia pure con gentilezza, mi risponde che lo scorso anno nell’aula che ospiterà quest’anno mio figlio era allocata un’altra classe ugualmente con 26 bambini e che l’attività didattica sì è tenuta con regolarità.
Lasciando mio figlio a scuola, ripenso a quanto avevo letto mesi orsono sul Corriere della Sera a proposito di un preside bolognese denunziato presso la Procura della Repubblica in seguito al verbale d’ispezione dei vigili del fuoco che hanno sollevato rilievi su alcuni aspetti. Uno di questi riguardava l’affollamento delle aule: là dove per le norme di sicurezza potevano stare solo 25 alunni in realtà, ce ne stavano alcuni in più.
Il problema delle cosiddette “classi pollaio”, relativo alla pessima abitudine di stivare quanti più alunni e alunne è possibile nelle aule per venire incontro ai parametri previsti dalla “Riforma Gelmini”, è questione ormai nota ai più. Meno note sono le conseguenze, sulla didattica, cioè sulla possibilità di trasmettere e maturare saperi quando si è in troppi e in spazi disagiati, nonché sui problemi connessi al sovraffollamento per la sicurezza e la salute. Se, però, pare si possa fare poco per tornare a parlare serenamente di didattica, per difendere il diritto ad un rapporto anche numericamente equilibrato tra docenti e discenti, forse ancora qualcosa possiamo e dobbiamo fare, come lavoratori e genitori, per difendere il diritto alla salute e tutelare la sicurezza di chi frequenta la scuola pubblica. Proviamo a definire i termini della questione e a delineare possibili strumenti di difesa.
IL QUADRO NORMATIVO VIGENTE
La legislazione vigente sulle aule scolastiche prevede criteri relativi a:
a) “funzionalità didattica” (DM 18/12/1975): è prevista una metratura minima che deve essere a disposizione di ogni alunno, perciò per sapere quanti possono “starci” al massimo in una classe occorre dividere la metratura utile dell’aula per lo spazio minimo a disposizione di ognuno. Se si tratta di scuole dell’Infanzia, Primarie o Secondarie di primo grado, ogni persona presente deve avere a disposizione
Quindi se lo spazio libero dagli arredi di un’aula delle elementari è di 44mq, si divide per 1,80 e si ottiene la capienza massima di quella classe (44:1,80= 24 alunni). Esiste presso ogni Istituzione scolastica un documento di valutazione dei rischi, che certifica, aula per aula, la capienza massima: è diritto dei genitori (tramite il Consiglio d’Istituto) venirne a conoscenza e pretendere che sia rispettato.
b) “sicurezza” (D.M. 26 agosto 1992 – Norme di prevenzione incendi per l’edilizia scolastica), che prevedono non più di 26 persone per aula (compreso l’insegnante di classe, nonché l’insegnante di sostegno in presenza di alunni certificati). All’art.14 si precisa che il datore di lavoro (cioè il Dirigente scolastico) può avanzare motivata richiesta di deroga a tale limite (DM 4 maggio 1998), ma solo adottando misure che garantiscano un grado di sicurezza equivalente a quello previsto dalle norme a cui si intende derogare (richiesta che ovviamente deve essere presentata ed accolta dai Vigili del fuoco).
Ad assicurare il rispetto di queste norme dunque non è il Ministero dell’Istruzione, ma il Dirigente scolastico come stabilito dalla Legge 626/94, che in mancanza di tale ottemperanza rischia una sanzione penale da 3 a 6 mesi di arresto o una forte multa, oltre che risponderne penalmente in caso di incidente.
c) “Norme per la riorganizzazione della rete scolastica” (DPR 81/2009), ossia la parte della “riforma” che, rivedendo i parametri previsti dalla precedente normativa (DM 331/’98), non solo aumenta i numeri massimi di alunni per classe, ma addirittura l’art.4 prevede la possibilità di derogare, fino al 10%, al numero minimo e massimo di alunni per classe. Il DPR 81/2009 prevede quindi che:
- nelle scuola dell’infanzia: non meno di 18 e non più di 26 bambini per sezione (+10%=29)
- scuola primaria: non meno di 15 e non più di 26 alunni per classe, elevabile a 27 con i resti (+10%=30).
- secondaria di primo grado: non meno di 18 e non più di 27 alunni, elevabile a 28, e fino a 30 se il numero degli iscritti alla scuola non supera le 30 unità (+10%= rispettivamente 31 e 33)
- secondaria secondo grado: non meno di 27, fino a 30 (+10%=33).
Per visualizzare meglio gli aumenti degli indici si propone la seguente tabella:
| Precedente legislazione
(DM 331/’98) |
Con le nuove norme
(DPR 81/2009) |
||||
| Minimo | Massimo | Minimo | Massimo | ||
| Scuola dell’infanzia | 15 | 25 | 18 | 26+10% = | 9|
| Scuola elementare | 10 | 25 | 15 | 27+10% = | 0 |
| Scuola media | 15 | 25 | 18 | 28+10% = | 1 |
| Scuola superiore | 15 | 25 | 27 | 30+10% = | 3 |
Le cifre massime indicate possono essere ulteriormente elevate con i “resti”, portando ad un numero massimo di alunni per le scuole dell’infanzia pari a 31-32, alle elementari pari a 31, alle medie 31-32 e alle superiori (classi iniziali di ogni ciclo) pari a 34-
Le classi intermedie devono avere in media almeno 22 alunni per classe, altrimenti si ricompongono.
Appare comunque evidente che i massimi previsti dal DPR 81/2009 confliggono sempre e comunque con le norme vigenti in materia di funzionalità didattica e di sicurezza.
Come è possibile?
Relativamente alla Funzionalità didattica semplicemente non è possibile, cioè non è lecito ignorare i parametri previsti dal DM del 1975, Le norme ivi contenute (gli spazi minimi, netti di 1,80 e 1,96 mq per alunno/a) per quanto datate, sono pienamente vigenti, almeno fintanto che, come pure quel decreto prevedeva, le singole regioni non avranno elaborato indici diversi. Per difendersi è quindi sufficiente verificare il soddisfacimento dei requisiti previsti, consultando il documento di valutazione rischi o dotandosi di metro per misurare ogni singola classe.
in merito alla Sicurezza la scappatoia sembrerebbe offerta, al Governo, proprio dal DM del 26 agosto 1992, laddove prevede la possibilità di deroghe. Il punto 5.0 del citato Decreto, consente infatti di prevedere più di 26 persone per classe purché il titolare responsabile dell’attività (ossia il Dirigente Scolastico) sottoscriva una dichiarazione nella quale si dicano soddisfatte le condizioni atte a garantire un sicuro esodo dalle aule in caso di necessità e che queste ultime dispongano di idonee uscite (minimo 1 m e 20 cm) come prescritto al punto 5.6 del citato decreto. A conferma: nel protocollo N. P480/4122 sott.32 del 6 maggio 2008 il Ministero dell’Interno (Dip. Vigili del fuoco – Dir. Centrale per la prevenzione e la sicurezza – Area prevenzione incendi) prevede la possibilità di adottare indici diversi purché il titolare responsabile dell’attività sottoscriva apposita dichiarazione.
Nel suddetto documento si dichiara infatti che: “un modesto incremento numerico della popolazione scolastica per singola aula, consentito dalle norme di riferimento del Ministero della Pubblica Istruzione, purché compatibili con la capacità di deflusso del sistema di vie di uscita, non pregiudica le condizioni generali della sicurezza”. Insomma lo stesso Ministero che non esiterebbe un attimo a ritirarci la patente se venissimo sorpresi a correre a 140 km/h laddove il limite è di 100 (anche se spergiurassimo di non aver compromesso la sicurezza stradale), giudica un “modesto incremento numerico” la distanza (proporzionalmente identica) dai 25 alunni per classe consentiti dalle “norme di prevenzione incendi” ai 35 che spesso registriamo oggi. Ne prendiamo atto e comprendiamo le nobili ragioni che portano il Ministero dell’Interno a tale pilatesco atteggiamento, ma non possiamo che rilevare che ancora una volta viene confermata l’attitudine a scaricare le responsabilità su chi è posto gerarchicamente al gradino immediatamente più basso, cioè viene sottolineata la necessità di una esplicita assunzione di responsabilità da parte dei dirigenti scolastici. Sappiamo però che questa assunzione di responsabilità spesso e volentieri manca, anche perché nessun servitore dello Stato, per quanto accondiscendente e mansueto, sarebbe disposto, ad esempio, a fingere (in forma scritta) che varchi da 90 cm siano larghi 1 metro e 20. Su “contraddizioni” di questo tipo possiamo e dobbiamo agire, chiedendo innanzitutto, da genitori, o anche in qualità di studenti direttamente interessati, di verificare se esiste e di poter consultare la dichiarazione sottoscritta dal dirigente.
C’è di più: il Ministero dell’Istruzione naturalmente non ignora che il patrimonio immobiliare scolastico, nel nostro Paese, non gode di ottima salute e meriterebbe, oltre che un censimento anagrafico serio (fatto magari da professionisti del settore e non basato su autocertificazioni), anche un puntuale piano di ristrutturazioni, riqualificazioni e, se necessario, di demolizioni e rifacimenti. Il MIUR è dunque consapevole che affollare aule in strutture fatiscenti non è solo poco opportuno, ma anche criminale. Non sappiamo se per fingere un serio scrupolo, cioè per evitare di doversi assumere la responsabilità di futuri possibili drammi (qualcuno ricorderà il crollo nella scuola di Rivoli…) o se per una reale volontà di muoversi in tal senso, proprio nel DPR 81/2009 si lascia presagire la volontà di riqualificare l’edilizia scolastica. Recita infatti testualmente l’articolo 3, al comma 2:
“per il solo anno scolastico 2009-2010 restano confermati i limiti massimi di alunni per classe previsti dal decreto del Ministro della pubblica istruzione in data 24 luglio 1998, n. 331, e successive modificazioni, per le istituzioni scolastiche individuate in un apposito piano generale di riqualificazione dell’edilizia scolastica adottato dal Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, d’intesa con il Ministro dell’Economia e delle Finanze”.
La storia recente, alla quale si è fatto cenno nelle premesse, ci ha poi detto che non solo non si è avuto nessun piano di riqualificazione, ma che anche lo stesso elenco di scuole “carenti” promesso (basato tra l’altro su informazioni vecchie), quelle nelle quali si sarebbe consentito ancora il limite di 25 alunni per classe del DM 331/98 è stato furbescamente pubblicato solo dopo la composizione classi per l’anno scolastico 2009-2010.
La storia recente ci ha pure detto, però, come pure accennato, che proprio a partire da quell’articolo sibillino il Codacons ha potuto ottenere due ottime sentenze, quella del Tar del Lazio del gennaio 2011 e a giugno quella del Consiglio di Stato, che non tarderanno a produrre ulteriori effetti e che potranno offrire, nel prossimo futuro, nuovi strumenti a difesa della qualità della scuola pubblica.
Nelle note delle due sentenze troviamo alcune importanti constatazioni, come quelle, per fare solo degli esempi, della colpevole inerzia del Ministero, che ha peraltro “confuso” la creazione di un elenco (creato grazie a “scarne e datate informazioni prelevabili dall’anagrafe nazionale” ) con un piano generale di riqualificazione e che ha indicato in modo del tutto illogico che il rispetto, in deroga, dei vecchi parametri (il massimo di 25 alunni) dovesse valere per il solo 2009-2010 e non per gli anni successivi, pur non avendo effettuato alcun piano di riqualificazione.
Le sentenze devono però calarsi nelle realtà concrete delle nostre scuole e perché questo accada è necessario l’intervento di ognuno di noi, nel far venire a galla i limiti di ogni singolo istituto scolastico.
“Classi con alunni in situazione di disabilità” (art. 5, DPR 81/2009)
il comma 2 dell’art.5 del DPR 81/09 recita testualmente: “Le classi iniziali delle scuole ed istituti di ogni ordine e grado, ivi comprese le sezioni di scuola dell’infanzia, che accolgono alunni con disabilità sono costituite, di norma, con non più di 20 alunni, purché sia esplicitata e motivata la necessità di tale consistenza numerica, in rapporto alle esigenze formative degli alunni disabili, e purché il progetto articolato di integrazione definisca espressamente le strategie e le metodologie adottate dai docenti della classe, dall’insegnante di sostegno, o da altro personale operante nella scuola”. Quando si tratta di classi con alunni con disabilità, quindi, sembrerebbe salvaguardato il previgente limite di 20 per classe, ma anche in questi casi è possibile un discostamento del 10% (quindi si sale a 22) e il rispetto del limite è condizionato alla esplicitazione delle ragioni che rendono necessaria tale consistenza numerica. Sappiamo di casi nei quali il suddetto tetto massimo è stato ampiamente sforato, adducendo come scusante proprio la mancata redazione di un siffatto documento. Vogliamo essere chiari anche a rischio di apparire crudi: motivare in forma scritta le ragioni che portano un soggetto in carrozzina o non vedente a giovarsi di un minore affollamento o un ipoacusico e un bambino autistico a non gradire la confusione (e l’elenco potrebbe continuare all’infinito…) non dovrebbe essere difficile per uomini di lettere. Né è ammissibile che per una vera o presunta negligenza venga negato un diritto elementare non “discrezionale)
NOTA A MARGINE: RAGIONI E LIMITI DI UN ATTEGGIAMENTO OMERTOSO
Se, come crediamo, la stragrande maggioranza degli edifici scolastici stanno sopportando il sovraffollamento chiesto dalla Gelmini in barba alle leggi, se diffusamente e in misura crescente si stanno ignorando le norme di sicurezza e igiene, viene allora da chiedersi il perché del silenzio di chi lavora nelle scuole. Le risposte a questa domanda, che giriamo comunque a chi legge, possono essere diverse, ma certo ci piacerebbe pensare che il silenzio sia legato esclusivamente all’ignoranza delle leggi o all’idea, che tutti abbiamo, che pidocchi e batteri in fondo si debellano e che incendi, o crolli di soffitti, siano eventi remoti, che non c’è nessun motivo perché debbano capitare proprio a noi.
Mi piacerebbe pensare, insomma, che tanto silenzio non sia dovuto a ragioni di “convenienza”, peraltro molto discutibili. Non possiamo infatti ignorare che, con l’avanzare della politica di tagli, è cresciuto non solo il numero dei precari che hanno perso il posto di lavoro, ma anche quello dei docenti di ruolo in sovrannumero che hanno dovuto cercare collocazione in scuole diverse. Di pari passo si è fatta avanti la tendenza a non dire mai nulla che possa gettare discredito sul “proprio” istituto, per evitare che gli iscritti si rivolgano altrove. Una tendenza moralmente indifendibile, quando determina comportamenti omertosi, e alla lunga controproducente. Anche per evitare l’egoismo cieco dei docenti è auspicabile che siano i genitori a pretendere trasparenza su questi temi e a rendersi protagonisti della difesa dei diritti dei propri figli.
COME RESISTERE ED IMPORRE IL RISPETTO DELLA LEGGE.
Per tutto quanto sinora detto è chiaro che, essendo diversi i soggetti interessati (lavoratori della scuola, alunni e genitori), tutti possano legittimamente chiedere informazioni e chiarimenti ai sensi delle leggi richiamate, e che chi tra questi è maggiorenne potrà presentare una diffida o, se opportuno, rivolgersi alla Magistratura.
Si ricorda che i decreti e le circolari sono atti amministrativi gerarchicamente subordinati alle leggi ordinarie (in questo caso in materia di igiene e sicurezza) che sono valide fino a che non vengano abrogate da successive leggi.
Perciò un dirigente può anche mettere in un’aula (facciamo l’esempio della primaria) fino a 30 bambini (27+10%), ma solo se l’aula è sufficientemente capiente e se ha adottato e “certificato” un grado di sicurezza equivalente a quello previsto dalle norme a cui si intende derogare. Se no, occorre segnalarlo alla Procura, come è già avvenuto”.
1 set
Ricevo e pubblico le amare considerazioni di Rocco Mecca (lettore di questo blog) in merito a delle evidenti disattenzioni ed errori tecnici nella progettazione e realizzazione di opere definite, a dire del Comune, strategiche per il miglioramento complessivo della viabilità e della mobilità nel capoluogo.
1 – Fondovalle di via Mazzini: nessuna corsia di emergenze, se capita che buchi una gomma devi scappare il prima possibile sperando che non ti tamponi nessuno.
2 – Ponte Attrezzato uno: Hanno messo i piloni a taglio di corsia precludendo qualsiasi possibilità di realizzare una terza corsia. Si può’ essere più distratti di così?
3 – Ponte Attrezzato due: ho letto che consuma qualcosa come 750 Kw/h. Perchè l’opera non è stata progettata con pannelli fotovoltaici integrati? Si poteva ridurre (o azzerare addirittura) il consumo energetico a beneficio della collettività. (sappiamo che una scuola del capoluogo aveva presentato al Comune un progetto del genere).
4 – Ponte Attrezzato tre: Hanno costruito dei parcheggi che coprono completamente la struttura per giunta a ciglio di marciapiede (non si riuscirà a piantare nemmeno una pianta!) Non si poteva pensare di realizzare un “PARCHEGGIO INTERRATO”? Eppure li fanno in tutto il mondo i “PARCHEGGI INTERRATI”…
5 – Fine della Fondovalle, incrocio all’uscita della nuovissima Galleria: Chi deve proseguire verso via del Gallitello si trova ad affrontare una curva quasi a gomito. Come mai in una strada del genere si costringono gli automobilisti a rallentare bruscamente a 20Km/h?
6 – Viadotto del Basento – incrocio via della Tecnica: hanno realizzato un viadotto progettato per far passare solo le autovetture non tenendo in considerazione il raggio di curvatura degli Autobus (eppure in zona trovasi la sede della ditta Liscio.) Capita che quando passa un BUS si blocca completamente la circolazione in tutti i sensi di marcia!.
7 – Nuovo Incrocio dell’Ospedale: chi scende da Macchia Romana si trova a dover dare la precedenza alla fine di una discesa con un pendenza pari a quella delle montagne russe… quando la strada e’ bagnata e/o nevica come fermarsi? Inoltre alla fine di questa DISCESA quando piove si forma un laghetto di mezzo metro di altezza dato che (ciliegina sulla torta) hanno mal progettato anche gli scoli oltre alle pendenze.
Non c’è stato nessun adattamento di strutture e/o infrastrutture esistenti, tutto costruito da zero! Tutti errori nuovi ed ORIGINALI che la collettività si godrà per tutta la vita!
La domanda a questo punto nasce spontanea: Caro signor Sindaco “Chi ha progettato è ancora al suo posto o è stato , come giusto sarebbe, licenziato in tronco?”.
La comunità si interroga e osserva sempre più sbigottita. Diteci la vostra.
19 ago
La banda larga e’ come l’Autostrada del Sole nel 1960. Pensate se non fosse stata realizzata. L’Italia ha due terzi del suo territorio senza internet e senza fibra ottica. Condanniamo automaticamente giovani e imprese in tante parti a rimanere fuori dallo sviluppo, soprattutto nel sud del Paese.
Non fa certamente piacere pertanto, apprendere che in queste ore il governo ha tagliato buona parte delle risorse messe in dotazione per la banda larga (il progetto nel suo complesso prevedeva un investimento di circa 1,4 miliardi di euro che avrebbe portato ad una crescita di 2 miliardi di euro nel PIL) nell’ambito dell’ attuale manovra economica.
E pensare che nel febbraio di quest’anno, in pompa magna, il ministro dello Sviluppo Economico, Paolo Romani aveva ribadito l’impegno dell’esecutivo per la riduzione del digital divide, nel corso della conferenza stampa a Palazzo Chigi seguita al Consiglio dei Ministri, in cui il Premier Silvio Berlusconi aveva annunciato l’avvio della nuova fase del lavoro di governo “tutta tesa ai provvedimenti per il rilancio dell’economia, la crescita e lo sviluppo”.
Secondo quanto aveva affermato Romani, il digital divide, sarebbe stato azzerato entro la metà del prossimo anno (cioè nel 2012!!) consapevole che l’Italia era messa davvero male. Pensate che la Slovacchia si posiziona addirittura allo stesso livello del Bel Paese, mentre a quote inferiori troviamo Grecia (41%), Bulgaria (26%) e Romania (23%). In vetta alla classifica figura la Danimarca (80%) seguita dalla Germania (75%) (fonte Eurostat).
Notevoli le previsioni ipotizzate dal progetto governativo: si parlava dell’apertura di 3.000 cantieri e lavoro per 30 mila persone” con ricadute stimate sul PIL in 1,46 euro per ogni euro investito, così come indicato dalle stime Ocse per gli investimenti in ICT.
Prevista anche la nascita di un Coordinamento Nazionale per la Banda Larga che entro il 2013 avrebbe dovuto portare i quasi cinque milioni di cittadini ancora esclusi dal servizio di internet dentro la sfera della cittadinanza digitale.
A questo punto, vista l’indisponibilità del governo Berlusconi a far fronte all’impegno preso, resta da giocare la carta dell’autonomia delle Regioni che, in questo scenario, potrebbero sopperire alla grave carenza e segnare l’avvio di un vero e proprio “federalismo digitale”.
Si veda ad esempio a quanto realizzato già in Valle d’Aosta (territorio tra i più montuosi) ove c’è stato un accordo siglato tra Telecom Italia e la Regione: il territorio sarà coperto al 96% dalla banda larga entro due anni. O a quanto accade in altre zone del Paese ove sono state le amministrazioni comunali a promuovere le iniziative, in altre le Province o le Comunità Montane che hanno realizzato progetti in zone maggiormente estese. Il caso più portentoso, anche per l’impegno economico, è ovviamente quello della Lombardia ove entro il 2012 il 99,8% della regione sarà coperto con i servizi a banda larga e quello 0,2% che ancora non lo sarà, avrà garantito l’accesso col satellitare.
La Basilicata guardando anche ai precedenti investimenti nel settore (un P.c. in ogni casa- Basitel-Rupar ecc…) dovrebbe diventare capofila di questo federalismo digitale e invertire di netto questa tendenza dei tagli lineari e far fronte, contemporaneamente, ai dati negativi sul digital divide infrastrutturale che la vedono maglia nera italiana con appena il 34% degli accessi in broadband (“Riir 2010, primo Rapporto sull’Innovazione nell’Italia delle Regioni”, promosso dal Cisis).
Investire nella banda larga, dunque, cablare la regione con la fibra ottica, non può essere solo un costo, è il più grande investimento sul futuro e sullo sviluppo economico e sulla crescita dei nostri territori che si possa fare. La Regione batta un colpo.
16 ago
Se ne è parlato spesso ultimamente fino a provocare una reazione stizzita da parte del sindaco e di alcuni rappresentanti politici appartenenti a vari schieramenti. Tutto parte dalla mancata citazione del capoluogo di Regione nello speciale contenuto sulla rivista nazionale “Qui Touring” circa le bellezze da visitare in Basilicata.
Ora, con tutto l’amore che provo nei confronti della nostra città, con queste foto già vecchie di un anno a corredo, io vorrei chiedere ai lettori di questo blog: come si fà a pretendere una cosa del genere o a definirsi Città Turistica se uno dei potenziali attrattori (gli altri si possono contare sulle dita di una mano) ovvero la Villa Romana di Malvaccaro ha i cancelli chiusi da tempo immemore?
Come si può pretendere di presentarsi come città accogliente per i turisti con addirittura uno sportello dedicato aperto anche a Ferragosto se i servizi per gli stessi sono a livello zero? Un esempio? Provate a fare una ricerca su quanti Bed & Brekfast sono presenti a Potenza e poi mi direte…… (io ne ho trovati due di cui uno chiuso).
Qualcuno dirà che in alternativa ci sono gli alberghi e ci può pure stare, ma credo che in tempi di crisi economica, per un turista particolarmente abituato al clima più “familiare” e accogliente l’ospitalità degli ostelli sia di gran lunga preferita.
Ritorno pertanto a dire che, più delle sigle o dei semplici spot dal carattere prettamente elettorale, forse qualcuno dovrebbe preoccuparsi di elevare gli standard e i livelli dei servizi in generale della città, pianificare una strategia di sviluppo coerente con la propria vocazione e dopo, ma solo dopo, puntare su alcuni punti di forza per cercare di fare la differenza.
Non vorrei sbagliarmi ma tra “Città Cultura” e “Città Turistica”, forse sarebbe stato meglio concentrarsi tutti, sin da subito, per ritrovare semplicemente una Città di Servizi.
23 giu
Internet è la scelta obbligata che conduce al progresso. L’indagine condotta dalla BCG (Boston Consulting Group) sull’incidenza di Intenet nell’economia italiana è emblematica e non lascia spazio a interpretazioni.
L’impatto di Internet nel solo 2010 sull’economia vale 56 miliardi di euro. Le previsioni dicono che nel 2015 l’internet economy varrà 59 miliardi di euro, dato raddoppiato rispetto al 2009. L’incidenza del fattore internet sul PIL nazionale sarà compreso fra il 3,3% e il 4,3%.
Il valore delle merci acquistate on line è pari a 17 miliardi di euro e nel settore degli acquisti on line della P.A. (e-procurement) raggiunge i 7 miliardi di euro.
Internet è un potente acceleratore di crescita, con incidenza positiva sulle esportazioni, sul personale, sulla produttività delle piccole e medie imprese.
La percentuale di fatturato delle PMI italiane attive sul web che effettuano attività commerciali on line (e-commerce) si allarga a macchia d’olio.
Internet può e deve rappresentare soprattutto per i territori svantaggiati del sud una grande occasione di crescita e sviluppo. La Basilicata e le sue piccole e medie imprese non possono restare al palo. Devono attrezzarsi quanto prima.
Penso in particolar modo alle enormi potenzialità di alcuni settori della nostra regione, all’agroalimentare, ai servizi turistici, alle risorse culturali, all’enogastronomia, a tutte quelle potenzialità anche di carattere sociale che attraverso il web avrebbero la possibilità di amplificarsi e raggiungere con più facilità la platea dei possibili utenti-consumatori sparsi nel mondo.
Per usufruire di questa vera e propria rivoluzione del web però, non è sufficiente avere un dominio registrato, occorre invece porre in essere una vera e propria strategia di marketing on line, fare branding con professionalità, posizionare al meglio i propri prodotti sul web , conoscere e saper fare commercio elettronico.
Pertanto c’è una grande occasione per coloro i quali sapranno percepire il web come fondamentale elemento di crescita e coglierne le conseguenti opportunità .
Per agevolare questo processo anche da noi, è necessario impegnarsi su due fronti in particolare : Il primo riguarda l’approccio educativo che non deve mancare e che puntualmente riproponiamo con le nostre attività anche a contrasto del digital divide e a favore dell’accesso democratico e pubblico al web; il secondo aspetto, non meno importante del primo, concerne invece la mancanza di dotazione infrastrutturale su cui il flusso di informazioni e conoscenza transita e che andrebbe risolta quanto prima dalle massime istituzioni regionali. Il gap infrastrutturale della regione è ancora molto forte poiché ci consegna una Basilicata maglia nera con appena il 34% degli accessi in broadband ( Rapporto sull’Innovazione nell’Italia delle Regioni- Cisis 2010). Se vogliamo perciò che il nostro treno viaggi sui binari di internet è necessario investire nella banda larga.
Cablare le città, la regione tutta con la fibra ottica, non può essere solo un costo, è il più grande investimento sul futuro e sullo sviluppo economico dei nostri territori che possiamo e dobbiamo fare. Si faccia presto.
14 giu
Più che ai partiti penso vada riconosciuto al popolo della rete e dei social network gran parte della mobilitazione avvenuta per il raggiungimento del quorum nella consultazione referendaria dei giorni scorsi. Una sollecitazione senza precedenti che disegna un paradigma comunicativo nuovo e una seria riflessione sull’incidenza di questa neonata forma di partecipazione nel dibattito democratico.
E’ necessario però, a questo punto, consentire a tutti i cittadini l’accesso alla Rete e alle nuove tecnologie digitali. Il cittadino partecipa alla discussione, alla definizione di politiche pubbliche e alla configurazione di questa nuova democrazia quando la pubblica amministrazione lo supporta nell’accesso alla rete o per essere più precisi gli permette di accedere al web che oggi è il vero ambiente di scambio e condivisione.
13 giu
Internet ha cambiato le nostre vite. Non basta però che ciascuno di noi ne sia consapevole, occorre che l’intera società civile percepisca l’importanza di questo strumento e cominci a pensare ad un futuro che veda internet e il digitale come indispensabile strumento di progresso e di civiltà. In questa prospettiva agli enti del territorio in primis, è affidato il compito non solo di riconoscere un diritto (quello dell’accesso per l’appunto) ma soprattutto di farsi carico di investire nelle infrastrutture attraverso le quali questo flusso di informazioni, dati e conoscenza, deve poter transitare.
Portare un computer in ogni casa, iniziativa del lontano 2001, è stata senz’altro un’esperienza positiva poiché ha permesso a tante famiglie di avere a disposizione uno strumento innovativo e simbolo di progresso. Ma fermarsi alla dotazione del Pc e far seguire 10 anni di vuoto in investimenti e dotazione infrastrutturale nel settore, significa non aver compreso quello che nel frattempo è successo nel mondo. Significa non avere capito che internet è la nostra quotidianità. Internet è la possibilità di far crescere la propria azienda, di farsi conoscere, di comunicare, di acquistare, di capire. Far usufruire tutti i lucani di questo straordinario strumento è il primo passo da compiere.
Mi sia concessa una postilla: se con i soldi delle royalties del petrolio invece di fare marciapiedi e panchine in piazze deserte, avessimo investito in banda larga e cablato i nostri paesi, a quest’ora forse avremmo avuto risultati diversi in termini sia occupazionali che di crescita complessiva del territorio.
Affermo ciò non solo con la consapevolezza dell’incidenza positiva di internet sulle economie dei Paesi europei che hanno saputo trarre benefici dallo strumento ma, anche e soprattutto, avendo ben presente (ahinoi!) i dati sulla diffusione della banda larga che ci consegna un Paese a due velocità: si va da Regioni con una copertura relativamente buona con il Lazio a tirare la volata con piu’ del 75% delle linee, a Regioni in cui, invece, il digital divide infrastrutturale e’ ancora molto forte con la Basilicata maglia nera con appena il 34% degli accessi in broadband (“Riir 2010, primo Rapporto sull’Innovazione nell’Italia delle Regioni”, promosso dal Cisis).
Investire nella banda larga, dunque, cablare le città, la regione con la fibra ottica, non può essere solo un costo, è il più grande investimento sul futuro e sullo sviluppo economico che possiamo fare.
Il secondo aspetto che vorrei trattare concerne la possibilità di accesso a questi strumenti che deve essere garantita a tutti. Consentire a tutti i cittadini l’accesso alla Rete e alle nuove tecnologie digitali è la nuova sfida per l’attuazione di una compiuta cittadinanza digitale. Condividiamo perciò la proposta del costituzionalista Stefano Rodotà di un articolo 21-bis della Costituzione: “Tutti hanno eguale diritto di accedere alla Rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale”.
Questa democrazia digitale deve porre in essere una vera e propria rivoluzione che ha nel cittadino il ruolo di protagonista e negli strumenti a disposizione le “protesi” elettroniche per far circolare informazioni, conoscenza, cultura. Il cittadino partecipa alla discussione, alla definizione di politiche pubbliche e alla configurazione di questa nuova democrazia quando la pubblica amministrazione lo supporta nell’accesso alla rete o per essere più precisi gli permette di accedere al web che oggi è il vero ambiente di scambio e condivisione.
Per fare questo, ovvero per concretizzare realmente l’e-democracy è necessario, secondo noi, programmare una piattaforma di contenuti e di informazioni possibilmente condivise con i cittadini: la cosiddetta Rete Civica. La rete civica è un’iniziativa di telematica civica promossa dalla pubblica amministrazione, con funzioni comunicative, informative e di servizio transattivo.
Ma quali servizi offrire al cittadino?.
Le nuove esperienze degli “open data” sono a tal pro emblematiche. Si tratta di mettere in rete e quindi a disposizione di coloro che accedono alla rete tutta una mole di servizi che l’amministrazione eroga gratuitamente affinchè chiunque possa usarli per idee innovative, imprenditoriali e sociali. Dati sui trasporti, sull’ambiente, sui parcheggi, servizi sociali ecc… : in sintesi di aprire le porte della pubblica amministrazione al cittadino-utente-consumatore- elettore e ospitarlo in un vero e proprio “Palazzo di Vetro”.
Prima però di entrare nel merito della discussione, dobbiamo preoccuparci -come scrive a giusta ragione Juan Carlos De Martin- di formare cittadini consapevoli all’uso delle moderne tecnologie e che siano a loro agio col digitale indipendentemente dall’ età e classe sociale.
L’accesso libero alle reti Wi-Fi pubbliche è una risorsa sociale molto importante per la riduzione del divario tecnologico e, in particolar modo, per avvicinare al web 2.0 quelle fasce di popolazione a minor reddito o che si trovano in una situazione economica sfavorevole. Il wi-fi gratuito ha un senso se segue e completa l’implementazione di una Rete civica davvero integrata con la città e i cittadini che ne possano fruire da ambienti diversi .
Il free Wi-Fi è utile se è in grado di valorizzare quei luoghi pubblici come ad esempio i parchi, le biblioteche, le scuole che possono cosi trasformarsi in luoghi di lavoro per quanti possono trovare nella rete una fonte di reddito o semplicemente usarla per trovare lavoro. Studi specifici hanno dimostrato inoltre che, attraverso il wi-fi, si possono valorizzare zone cittadine degradate della città grazie alla possibilità di offrire connessione gratuita nei parchi pubblici, in prossimità dei luoghi periferici, dando così vita ad un afflusso di gente che, con il suo passaggio e stazionamento, contribuisce a rendere più sicure e piacevoli quelle zone.
Emerge pertanto l’utilità pubblica e l’indispensabilità del servizio soprattutto a fini sociali. E’ questa la valenza del progetto sul wi-fi che noi sosteniamo e che vorremmo veder realizzato.
Nello specifico proponiamo di attivare, con le dovute sinergie e il contributo di tutti, un Progetto Pilota che consenta l’accesso al wi-fi pubblico e gratuito in almeno tre aree pubbliche della città di Potenza: Parco dell’Europa Unita, Viale Dante e Parco Montreale e che tali punti di accesso siano collegate alle piattaforme telematiche degli enti del territorio capaci di fornire realmente servizi on line.
Successivamente, ci auguriamo che, secondo la stessa logica, vengano estesi altri hotspot gratuiti nei siti quali biblioteche, scale mobili, scuole, musei . Ovviamente bisognerà porre attenzione agli aspetti tecnici e legislativi che pure la materia impone.
A ciò aggiungiamo che in molte città d’Italia e d’Europa con il wireless fidelity (che prevede impegni economici sostenuti ed è molto meno nocivo sulla salute dei cellulari) viene utilizzato per esigenze di comunicazione interna o a supporto di progetti e sperimentazioni di interesse della città, quali, ad esempio a sistemi di video sorveglianza; aggiornamento e invio di contenuti istituzionali; sperimentazione di progetti VoIP; assistenza sociale alle classi deboli (anziani in primis), integrazione della rete con progetti simili di altre città, italiane ed europee, per consentire ai cittadini di tutte le città coinvolte di accedere alle diverse reti comunali con le stesse credenziali.
E’ arrivato pertanto il momento che, attraverso dibattiti come quello promosso (che ha tra gli altri il merito di mettere insieme soggetti deputati e enti istituzionali che spesso su questa materia non si parlano) si prenda atto di questa rivoluzione digitale in corso e che ognuno con le proprie responsabilità si impegni per invertire le tendenze che anche nel campo specifico del wi-fi non lasciano adito ad interpretazioni.
Difatti, secondo un’indagine condotta da Enter, nel nostro Paese ci sono soltanto 5.097 hotspot Wi-Fi; la maggior parte di essi è concentrata in Trentino e in Lombardia.
Il Trentino risulta la regione con la maggiore disponibilità di punti di accesso: ce n’è uno ogni 6.387 abitanti (la Lombardia, che pure ne ha di più in termini assoluti, arriva a uno ogni 7.399); poi vi sono quelle regioni che dispongono di un hotspot ogni 8.000 abitanti circa, come Valle d’Aosta, Emilia Romagna, Toscana e Lazio.
Le regioni peggiori in questa classifica sono il Molise (uno ogni 46.000 abitanti) e la Basilicata (uno ogni 49.000).
Tutto ciò premesso, è a tutti chiaro che la strada da intraprendere è ancora lunga. Siamo contenti e soddisfatti delle nuove e recenti attenzioni in materia di hotspot gratuiti, ma altrettanto convinti che bisognerà ancora promuovere discussioni aperte e franche come queste, per evitare sovrapposizioni inutili tra enti, pianificare e investire risorse, coinvolgere tutti in una permanente e costante riflessione sul futuro delle tecnologie digitali a servizio del territorio.
17 set
Nei giorni scorsi alla ripresa delle attività natatorie, gli utenti e gli sportivi hanno trovato la piscina comunale di Potenza per l’ennessima volta chiusa.
Il Microscopio ha deciso di approfondire la problematica cominciando a sentire alcuni soggetti in causa.
Abbiamo contattato al riguardo il Presidente della Federazione Nuoto Basilicata Vincenzo Nigro.
Presidente Nigro perchè e come mai è ancora chiusa la piscina di Montreale?
La piscina è chiusa, secondo quanto riferito dai responsabili
dell’impianto,perchè i risultati sui prelievi effettuati sull’acqua
dagli organi preposti alla tutela sanitaria non sono ancora pervenuti.
E’ un problema di rapida soluzione.
L’assessore competente Ginefra in una riunione con le società non aveva preso un impegno alla riapertura per ieri?
L’Assessore Ginefra si sta prodigando alla riapertura immediata dopo
l’incontro avuto in comune qualche giorno fa con i genitori , gli
atleti ed i dirigenti societari , compreso il sottoscritto
proprio perchè non ci sono impedimenti particolari.
Cosa chiede la sua Federazione al Comune di Potenza in merito alla piena funzionalità della piscina?
Al comune chiediamo come federazione di garantirci una continuità
sull’attività ( attualmente non assicurata per le continue chiusura) ,
che non danneggi l’attività agonistica e sportiva nel capoluogo.
C’e’ da dire che è un momento molto critico in cui gli enti ed in particolare
il nostro comune non riesce più a stare nei costi gestionali.
Questa Federazione a tale scopo ha dato dei suggerimenti per superare
tali problemi :
Affidare l’impianto a terzi dando la preferenza ad organizzazioni
esperte nel campo: Federazione Nuoto – oppure Associazioni sportive di
Nuoto consorziate del capoluogo ( attualmente fruitori dell’impianto)
insomma soggetti esperti nel campo che abbiano il solo interesse di
portare avanti tale gestione con il proprio lavoro e sacrificio anche
personale , una vera dedizione , per non fare crollare un’attività di
quasi 40 anni di vita.
Vedremo cosa succederà nelle prossime ore e, eventualmente, torneremo sulla questione dell’impiantistica sportiva in città.
21 set
Palazzetto per le associazioni di volontariato, residenza per universitari, alloggi per anziani e tante davvero tante destinazioni d’uso ipotizzate nel tempo per l’ex dispensario provinciale di Potenza che però è ancora lì a far bella mostra di sé ridotto a scheletro edilizio e cumulo di macerie.
Tra i tanti protocolli d’intesa celebrati e corroborati da fiumi di parole e di inchiostro versati per anni sui quotidiani locali, riporto alcuni estratti tra quelli più interessanti ricavati dal sito della Provincia poiché è giusto far parlare le fonti a dimostrazione di un caso che può entrare, con tutti gli onori, nel guinness delle opere incompiute.
30 dicembre 2001- E’ stato siglato oggi nella Provincia di Potenza, un Protocollo d’intesa tra la Provincia, il Comune di Potenza e l’Agenzia di Sviluppo Sapori Lucani Spa per portare avanti un’azione finalizzata al recupero dell’ex-dispensario provinciale nell’ambito del programma sperimentale di edilizia residenziale promosso dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. La struttura, una volta ristrutturata, sarà destinata ad accogliere un Centro-assistenziale per gli anziani. L’intesa è stata siglata dal Presidente della Provincia di Potenza Vito Santarsiero, dall’Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Potenza Massimo Maria Molinari e dal Presidente dell’Agenzia di Sviluppo Sapori Lucani, Piero Carducci.
13 novembre 2006- ”Lavorare alla stesura di un accordo quadro fra Provincia e Comune che contempli tutti gli argomenti affrontati nella seduta congiunta di oggi”. Dopo questo primo appuntamento, che ha dimostrato come vi sia la consapevolezza, la sensibilità politica e gli interlocutori per far svolgere un ruolo centrale alla città, credo che si possa procedere con la sottoscrizione di un provvedimento amministrativo per rendere concreta la cooperazione istituzionale fra i due enti. Siamo già pronti – ha aggiunto Altobello – a stipulare un accordo relativo alle deleghe per le politiche per l’infanzia per poi dare il via ad una serie di intese per la fruizione del patrimonio immobiliare comune da utilizzare per lo sport e il tempo libero. Entro fine mese, tenendo fede agli impegni assunti, avvieremo la ristrutturazione dell’ex dispensario di via Vaccaro, da destinare a residenza per gli universitari. Sono molto fiducioso – ha concluso – perché da oggi sappiamo che vi sono le condizioni per avviare un percorso nuovo all’insegna della cooperazione istituzionale”.
Per il sindaco Vito Santarsiero quella di oggi ”è una giornata storica e simbolica per il fatto stesso che abbia luogo”.
20 Settembre 2010 – Abbiamo scritto all’assessore al ramo della Provincia di Potenza Nicola Valluzzi per aggiornamenti sulla situazione.
Se ci concederà l’onore di risponderci, gli chiederemo se, essendo cambiato il vertice dell’amministrazione , dobbiamo attenderci un’ennesima nuova proposta di riqualificazione e destinazione d’uso.
Nell’attesa di ricevere un riscontro, ci permettiamo anche noi di avanzare un contributo che vorremmo condividere con gli amici della rete e coi nostri lettori: facciamone una casa per persone con gravi disabilità con tecnologie domotiche come già avviene in altre realtà regionali.
Sarebbe un bel gesto di civiltà e di attenzione verso una categoria debole.
28 set
Presidente Graziadei, l’altro ieri è stata inaugurata la famosa “nave”del Cocuzzo e il dibattito tra favorevoli e contrari all’opera è riemerso.
Lei è stato tra i principali sostenitori dell’iniziativa. Ci può illustrare brevemente l’obiettivo del progetto?
Nel contratto di quartiere, su via Tirreno, era stato previsto addirittura l’abbattimento di alcuni piani del serpentone per creare un rapporto più proporzionato con la strada. Il progetto della “nave” ( è veramente una splendida definizione) esclude la capitozzatura del serpentone e prevede il rialzo del piano stradale realizzando di fatto un più giusto rapporto con la strada. La realizzazione del parco alla quota rialzata, così come è stato attuato, recupera bene il livello porticato del serpentone che si allarga, da un lato sul parco e dall’altro offre un interessante affaccio sul sottostante vallone. Si recuperano anche molti locali da destinare a garage o ad altre attività, ove possibile.
Il progetto originario prevedeva altre opere di riqualificazione o è quello presentato ufficialmente dal Comune?
L’ipotesi progettuale suggeriva l’estensione della riqualificazione lungo tutta via Tirreno facendo sotto passare la strada nella direzione di via Ionio e riorganizzando la viabilità del rione all’esterno di via Tirreno creando un anello di smistamento che ovviamente doveva essere potenziato sia per i flussi di traffico sia per corredarlo di parcheggi.
Osservatori attenti dicono che sulla vicenda della “nave” ci sono state strumentalizzazioni montate ad arte e utilizzate a fini politici ed elettorali, lei che ne pensa?
La trasformazione di via Tirreno è stata molto partecipata a tutti i livelli. La proposta progettuale è stata portata, illustrata e discussa più volte in Consiglio Comunale, è stata presentata al pubblico in un incontro molto partecipato al Teatro Stabile ed una ulteriore illustrazione con dibattito è stata tenuta nei locali della chiesa di rione Cocuzzo dove, per più di 20 giorni, è stata allestita la mostra del progetto corredata da un bellissimo plastico, proprio per spiegare l’interveto anche a chi non ha stretta competenza. La partecipazione e l’informazione, quindi, non è mancata prima di approvare definitivamente l’intervento in Consiglio Comunale.
In tutti questi passaggi non sono emersi elementi di critica e di disapprovazione, basti vedere quanto ha riportato la stampa locale in quei giorni, nonché i verbali delle sedute del Consiglio Comunale. Se qualcuno oggi, per cancellare un passato che non lo ha visto protagonista, sostiene che il progetto è stato completamente modificato per migliorarlo e farne un parco c’è da chiedergli se quel progetto originario lo aveva visionato e capito ed ancora dov’era per esprimere a giusto tempo la sua disapprovazione.
Il parco, così come è stato realizzato c’è sempre stato ed ha rappresentato una peculiarità del progetto. E’ stato tolto solo un totem, ovvero un costruito scultoreo che oltre ad arricchire di ulteriore valore plastico il piano verde offriva anche la possibilità di realizzare qualche attrezzature lungo la passeggiata. Ovviamente la strumentalizzazione politica fa sempre tanti danni, lo sappiamo !
D.S.
5 ott
E’ vero, posso testimoniarlo anch’io: all’Ospedale San Carlo di Potenza l’accoglienza non è di casa. Non voglio entrare nel dettaglio delle prestazioni mediche o chirurgiche erogate poichè fortunatamente non ne ho avuto mai bisogno (speriamo ancora per molto) ma l’aria di supponenza, di arroganza e di fastidio che un povero ammalato sembra produrre negli operatori sanitari, quella si l’ho ricavata anch’io in un recente ricovero di un familiare.
Guarda caso nello stesso reparto: Traumatologia.
Pertanto, il caso del padre di un nostro lettore e amico, non ci colpisce più di tanto poichè non aggiunge nulla di nuovo ad una situazione che francamente esaspera e dà fastidio.
Eppure la sanità, che in queste ultime ore è sotto i riflettori per le questioni riguardanti la spesa pubblica, non dovrebbe essere solo ridotta a dato numerico bensì ripiegarsi sul miglioramento dei servizi, delle prestazioni e, non ultimo, nel rinsaldare quel tratto umano di assistenza e di conforto dei pazienti che pur dovrebbe contraddistinguere una struttura pubblica.
L’emigrazione sanitaria, d’altronde, si combatte anche con atteggiamenti e comportamenti più umani, poichè spesso è anche da questi che dipendono le scelte maturate rispetto alle strutture cui affidare la salute dei propri cari.
19 ott
Ricevo e pubblico intervento ricevuto da una lettrice de “Il Microscopio” .
”Servirebbe una dose di fiato da paladino Roland per chiamare a raccolta, con le trombe dell’indignazione, tutti coloro che condividono la linea intransigente della moralizzazione di un paese in agonia come il nostro. Il male oscuro che l’ha ridotto al lumicino ( in molti sensi: economico-politico, sociale, culturale e morale) , è l’assenza del pensiero critico, di quella capacità di analisi attraverso il raziocinio libero, indipendente e obbiettivo che i buoni maestri di una volta ci spronavano a conseguire per poterci definire davvero uomini.
Oggi, di fronte ai fatti, ci si schiera tutti, da una parte o dall’altra, secondo criteri non di logica e di ragionamento oggettivi, non seguendo parametri di valori indiscutibili quali il rispetto degli altri, la solidarietà, la legalità e l’uguaglianza, sanciti universalmente come inalienabili, bensì per appartenenza ad un gruppo, spesso ad un “ branco”, proprio come i componenti dei clan giovanili deviati che sembrano essere stati sottoposti a lobotomia critica, tanto sono incapaci di avere idee proprie che possano indurli anche solo alla riflessione su ciò che sia giusto o sbagliato.
Le ragioni di come tutto ciò sia possibile , in una terra tanto ricca culturalmente e piena di esempi luminosi cui guardare, sono, a mio avviso, da ricercarsi nella mancanza di consapevolezza, di “sapere”, di conoscenza di tutto ciò che è stato creato per costruire la civiltà di un popolo: la sua Storia, la sua Legge, la sua Letteratura, la sua Arte, la sua Scienza che sono lì, a disposizione del presente e del futuro delle generazioni affinchè siano studiate, amate e tramandate.
I loro divulgatori sono anche i cosiddetti “moralizzatori” o “censori”, termini che hanno assunto una strana accezione negativa, poiché sono loro che suonano le trombe per risvegliare dal sonno dell’indifferenza, per denunciare, come Catone, la degenerazione dei costumi e delle coscienze che porta al disfacimento della cultura,e non solo di un popolo.
Piena solidarietà,perciò, a chi, come Enzo Fierro, esercita il diritto di critica verso una manifesta attività di uso selvaggio dei media, quale è la trasmissione in oggetto, che non fa altro che divulgare inqualificabili volgarità gratuite, non finalizzate, come il “vaffa” grillino che interpreta e denuncia lo scempio generale dell’Italia, ma usa il mezzo radiofonico come cloaca di tutta la comunicazione odierna, con la scusa che le volgarità sono state ormai sdoganate e ,quindi, si sente in diritto di farne una bandiera di libertà,confusa come al solito con libertinaggio. Dunque, Lucignoli con le orecchie d’asino che amate ascoltare lo “Zoo” come i bambini che sghignazzano alle prime parolacce imparate e ripetute ai grandi solo per vederli arrabbiarsi, esercitate invece le vostre menti atrofizzate ( ci vorrà molto impegno !) a ragionare sulla vostra assoluta incapacità critica che vi rende culturalmente sterili, vi anestetizza alle ingiustizie, vi allena alla violenza e vi preclude ogni umana sensibilità e crescita interiore”.
5 nov
Oggi la Redazione di Liquida, il primo Portale italiano di informazione 2.0 interamente user generated mi comunica che il mio blog è stato scelto per la qualità dei suoi contenuti e inserito in Liquida (http://www.liquida.it).
I lanci dei post pubblicati su questo blog d’ora in poi saranno presenti sul portale di Liquida e il blog comparirà nella directory dei migliori blog italiani.
Ovviamente la notizia non può che farmi contento non foss’altro per la giovane età del blog (nato solo a settembre 2010!) e per il riconoscimento dato ai contenuti e alle tematiche trattate che, evidentemente, ripaga il sottoscritto e i lettori dello stesso a cui và il mio ringraziamento e con i quali desidero condividere questo piccolo successo.
23 nov
Il terremoto del 23 novembre 1980 è stato di certo uno degli avvenimenti più drammatici e tristi della vita di ognuno di noi.
Tante le vite spezzate , le ferite inferte non solo visibilmente sulle mura delle nostre città, ma anche quelle che ci portiamo appresso come una cicatrice indelebile, nella nostra mente.
A distanza di 30 anni, ancora sale freddo il ricordo dei due fidanzatini che per primi durante la scossa uscirono dal Cinema Ariston pensando di trovare la salvezza e invece ad attenderli a pochi metri, c’era la morte.
Delle rovine, delle distruzioni e delle speculazioni, anche e soprattutto di natura economica che seguirono al terremoto, si sono spesi fiumi d’inchiostro. E si continuerà a farlo.
Poco si è detto invece delle conseguenze che tale tragedia ha prodotto, nonostante tutto, nel tessuto sociale, urbano e culturale della nostra città e dell’intera regione. Che non leggo necessariamente in negativo.
Piace in primis ricordare la grande solidarietà scattata nei potentini, la voglia e la necessità di stare insieme attorno ad un falò per riscaldarsi dalle intemperie e dal freddo, tramutatosi nel giro di pochi giorni, in una forte nevicata che contribuì a rendere difficili le operazioni di soccorso e recupero.
Ricordo il fermento e la grande organizzazione messa in piedi da migliaia e migliaia di volontari, giovani, ufficiali, operatori sanitari che oggi tutta Italia deve prendere ad esempio e riconoscere come l’inizio di quella che diventerà più tardi, in modo stabile e organizzato, il settore della Protezione Civile.
Con il terremoto, si ebbe altresì contezza dell’immenso patrimonio architettonico e storico alla cui opera di recupero furono chiamati migliaia di giovani architetti, ingegneri e professionisti che più tardi diedero corpo a settori specifici nella conservazione civile, trovando pertanto spazio nel sempre difficile mondo del lavoro. Anche nell’uso della strumentazione ci furono grandi passi verso il progresso, si passò dai rudimenti al fax, al plotter, alla computerizzazione dei dati ecc..
Nacque il Centro di Geomorfologia Integrata guidato dall’ottimo prof. Leggeri avente finalità di osservazione, analisi e monitoraggio in remoto del territorio. Esperienza anche questa da preservare e tramandare.
Come non dare atto e merito al lavoro di chi, in quella dura e difficile fase della ricostruzione, tecnici e politici locali, seppero recuperare le Chiese, i beni artistici e monumentali, gli archivi, i centri storici in primis che sono lì ancora in pietra viva, nonostante il tempo a raccontarci il memorabile passato di una terra antica.
E infine l’Università, speranza di riscatto, di riabilitazione culturale e sociale istituita con la legge 219 tre anni dopo il sisma, che seppe apportare un notevole contributo anche nelle tematiche legate al recupero del patrimonio danneggiato. Non sò se senza il terremoto dell’80 sarebbe mai stata istituita.
Tanto si potrebbe ancora dire di un popolo, quello lucano, che nei momenti più bui e tristi ha saputo trovare la forza e le ragioni del ritrovarsi, dello stare insieme, del soffrire in silenzio riscoprendo un patrimonio civile e umano che sembrava sepolto anch’esso sotto le macerie di quel tragico giorno.
Rimane il dato che, a distanza di 30 anni da quel triste episodio, molti in Italia non conoscono ancora la nostra meravigliosa terra, ed è giusto per ciò, rivendicare ancora in maniera energica, attraverso la nostra cultura e la nostra fierezza, il diritto ad una autonoma collocazione nella complessa e variegata umanità del nostro Paese.
14 dic
D. “Il pasto viene trasportato in modo veicolato da altra località: se ci sono, quali conseguenze il trasporto può produrre sugli alimenti?”
R.Per quanto riguarda il pasto trasportato da un’altra località non ci sono conseguenze negative sul cibo se vengono rispettate correttamente tutte le fasi di preparazione, conservazione, trasporto e distribuzione dei pasti. Di fondamentale importanza è il rispetto dei tempi e della temperatura dei cibi al momento del consumo. Bisogna assicurare che il pasto vada in somministrazione ai piccoli utenti alla temperatura di sicurezza prevista dalla normativa (almeno + 60°gradi per i piatti caldi, + 10 gradi per i piatti freddi).
Il piano di trasporto dei pasti elaborato dal gestore del servizio deve essere rispettato ed eventualmente rivisto concordemente per migliorarlo. Ogni trasporto verso le singole sedi di ristorazione deve essere effettuato riducendo al minimo i tempi di percorrenza econseguentemente lo stazionamento dei pasti in tegame caldo,garantendo anche la qualità organolettica. Per il trasporto dei pasti e delle derrate alle mense scolastiche, è necessario utilizzare contenitori isotermici o termici idonei ai sensi della normativa vigente e tali da consentire il mantenimento delle temperature e dei requisiti qualitativi e sensoriali dei cibi.
I mezzi adibiti al trasporto dei pasti devono essere conformi alle normative vigenti. È fatto obbligo di provvedere alla sanificazione dei mezzi utilizzati,in modo tale che durante il trasporto non si determini insudiciamento o contaminazione degli alimenti trasportati. I pasti possono essere trasportati in mono o pluriporzione, secondo il modello distributivo richiesto. Le temperature di arrivo e di distribuzione dei pasti devono essere quelle indicate dalla normativa vigente, tenendo in considerazione i parametri tempo/temperatura. È necessario aver curadi rispettare i criteri derivanti dalle norme circa il dimensionamento del refettorio e lo spazio a disposizione per ogni bambino, nonché l’adeguatezza delle attrezzature per il mantenimento dell’idonea temperatura (banchi raffreddati o riscaldati, carrelli termici, contenitori isotermici attivi o passivi, piastre eutettiche).
D.”Dal Comune fanno sapere che le cucine delle scuole saranno messe a norma quanto prima; se la situazione dovesse rimanere la stessa secondo lei qual’è la vera differenza tra pasto veicolato e pasto somministrato direttamente a scuola e quali effetti possono esservi sui bambini a lungo andare?”
R. “Come ho già scritto prima, se vengono rispettate tutte le fasi di lavorazione del pasto trasportato, l’unica differenza è che il pasto cucinato direttamente a scuola presenta migliori caratteristiche organolettiche del cibo e quindi può risultare più buono. Ovviamente però, sono tante le variabili che determinano la “bontà” del pasto, sicuramente l’esperienza e la bravura della cuoca sono fondamentali per ottenere un maggiore gradimento del menù da parte dei bambini”.
Ringrazio di cuore per la disponibilità la Dr.ssa Martone. Mi auguro che le Istituzioni competenti acquisiscano i rilievi posti e facciano tutto quanto in loro dovere per garantire un servizio migliore e qualitativamente adeguato per la salute dei piccoli utenti.
19 gen
Ancora una volta, se mai ve ne fosse stato bisogno, nella indecorosa vicenda dei festini di Arcore, è emersa in tutta la sua dirompente essenza il divario esistente tra il Paese reale e quello che, a ragione, potremmo definire il Paese dei Balocchi.
Non è bastata nemmeno la tragica morte di un giovane alpino di stanza in Afghanistan per far convergere l’attenzione della politica e dell’opinione pubblica sui problemi veri del Paese, sul fatto che c’è ancora chi muore in terra straniera per una causa che è sconosciuta a molti.
Non basta più evidentemente al circo mediatico messo in piedi da chi paradossalmente se ne è servito fino a ieri l’altro per scalare le vette del potere, riportare una notizia di omicidio per mafia, la perdita di lavoro di tanti operai, il problema ambientale in tante città, la povertà in cui versano tante famiglie , la fuga di giovani cervelli dall’Italia.
Mi rendo conto che queste non sono più notizie, che hanno finito di destare attenzione o turbamento poiché sono derubricate come eventi di tutti i giorni e che si corre il rischio di essere monotoni a parlarne di nuovo. Ma questo, cari lettori, è il Paese reale che piaccia o no. Ed è a questo e soltanto a questo che la politica dovrebbe dare risposte concrete.
Ciò che invece emerge in queste ore è la rappresentazione della mediocrità e della degenerazione di un Paese che, come dice Paolo Mieli, è letteralmente impazzito, un Paese in cui una ragazza dai facili costumi tiene sulla corda un intero governo e le sue attività e che espone il suo massimo rappresentante alla gogna mediatica e al ludibrio internazionale.
Resta un dato complessivo su tutti: la degenerazione della politica, dei costumi, della morale che ormai hanno il sopravvento sul resto. Il fatto che sia il capo del governo ad esserne accusato come esponente primario, la dice lunga sullo stato in cui versa il Paese. In altri contesti, quando la politica era rispondere davvero agli interessi generali, uomini di Stato, capi di governo, politici di razza davano le dimissioni anche per molto meno o, come minimo si recavano davanti ai magistrati per difendere se stessi e l’onorabilità del Paese che rappresentavano. Ma questa è storia di altri tempi, oggi siamo spettatori inermi e increduli del Paese dei Balocchi. Speriamo solo di sapere a breve chi è Pinocchio.
27 gen
E’ bello apprendere che “Coast to coast”, il film di Papaleo sarà proiettato su tutti gli aerei dell’Alitalia, e che qualcuno dal Palazzo di via Anzio non ha perso occasione per attribuirsene i meriti salutando la notizia come fatto epocale, ma credo sia ancora troppo poco per una regione dai mille problemi inevasi e dalle tante risorse inespresse.
I dati sull’occupazione giovanile e sull’istruzione che arrivano in queste ore a partire dal livello nazionale fino ad arrivare alla nostra Basilicata sono davvero preoccupanti. L’Istat decreta che un lucano su quattro è fuori sia dal mondo dell’istruzione che da quello lavorativo e tra questi la percentuale di donne inattive è davvero alta.
Se a ciò aggiungiamo le tante aziende che chiudono i cancelli, i precari in aumento, la povertà delle famiglie che avanza inesorabilmente e la fuga fuori regione di oltre 2.000 lucani all’anno, ne traiamo un quadro davvero desolante per le prospettive della nostra realtà.
Restiamo ancora in attesa di conoscere, da parte di chi ci governa, quali strategie saranno adottate per far fronte a quanto evidenziato e al crescente disagio dei lucani poiché, ad oggi, non si intravedono politiche settoriali innovative, non si percepisce una programmazione a medio termine e soprattutto non c’è traccia di interventi e misure inserite in un piano organico di sviluppo dei territori.
Ancora troppi i convegni, i seminari programmati, le partecipazioni a simposi letterari da parte di chi invece dovrebbe rimboccarsi le maniche e fornire risposte concrete e serie alla Basilicata, poiché si è eletti per questo,non per altro…… .
Speriamo allora che il 2011 appena iniziato, possa portarci risultati più concreti e tangibili e che anche la stampa (dalla nazionale alla locale) possa giocare un ruolo diverso, meno rivolto al chiacchericcio dei palazzi e al vanesio dei politici e più centrato nel riportare fatti e iniziative davvero utili ai più, al fine di alzare il livello complessivo del dibattito e dell’ informazione.
11 mar
Trenta anni fa, esattamente il 5 marzo 1981, si spegneva a Roma uno dei più grandi progettisti che l’Italia abbia mai avuto: Sergio Musmeci.
Sergio Musmeci era un artista geniale, un creativo con la passione per il bello ma, soprattutto, “un architetto per vocazione e cultura” come ebbe a definirlo Bruno Zevi.
Al suo nome sono legate alcune delle opere infrastrutturali più belle e apprezzate in Europa quali il ponte sul Lao in Calabria,il ponte sull’Astico (Vicenza), Tor di Quinto (Roma), il Ponte sul Basento a Potenza, il progetto del Ponte sullo Stretto (Messina).
Musmeci fu un grande creativo, un amante delle arti a 360 gradi, era geniale e di una semplicità disarmante.
Una colta curiosità lo portava a esplorare in profondità i terreni della geometria, della musica, dell’astronomia, in un modo che lui stesso definiva “studiare alla Rousseau”, navigando tra libri e trattazioni come faceva con la sua imbarcazione nel Tirreno. Citava spesso anche D’Arcy Thompson (biologo matematico) e spiegava (con precisi argomenti) il fatto che in natura non si può impunemente pensare di prendere un organismo vivente e ingrandirlo o rimpicciolirlo in scala a piacimento, perché (e lo dimostrava) non sopravvivrebbe. E così, diceva, è anche per le strutture. Musmeci -altro fattore per nulla trascurabile- coltivava e conosceva anche con molta sensibilità e competenza le arti figurative e, in particolare, le correnti moderne. Parlava con estrema competenza, per esempio, di Gaudì o del minimalismo e di come a volte gli artisti intuiscano anticipatamente sviluppi poi destinati alla scienza. Morì prematuramente, col cruccio di non essere mai riuscito ad avere una cattedra di Tecnica delle costr. per una forte resistenza proveniente da alcuni ambienti accademici. Ma veniamo alla sua opera d’arte.
L’architettura è tutta lì, nella forma, nella tecnica, nel metodo, nel talento di chi si assume l’oneroso compito di colmare un vuoto. Plasmare materia, modellare atomi e congiungere due poli diversi e lontani, rendendo pace a una frattura che non c’è più.
Da sempre considerato tra i simboli più ispirati e rappresentativi dell’eterna sfida tra l’uomo e la natura, il ponte trova in Musmeci uno dei massimi interpreti nel panorama internazionale dell’architettura. Egli unisce le sue straordinarie qualità costruttive e tecnologiche con la filosofia plastica applicata al ‘pezzo’ architettonico, da lui sempre interpretato come una grande scultura, un monumento posto in onore e gloria dell’ambiente che lo circonda. I ponti di Musmeci sorgono tutti in nodi particolari e strategici, soddisfando allo stesso tempo diverse esigenze, artistiche, strutturali, ambientali, creando sempre una ‘cerniera’ tra due realtà contrapposte che trovano un compromesso meraviglioso nelle strutture presentate.
Il Ponte sul Basento.
Il Ponte Musmeci nel caso specifico, è il simbolo dell’intervento dell’uomo nello spazio e nella natura che non deturpa, non invade, non opprime con piloni di cemento. Il Ponte per noi rappresenta l’architettura utile, funzionale, strategica; è una struttura inserita in una città che non la espelle, non la rigetta poiché trattasi di opera pensata e progettata in maniera organica al contesto della sua storia e del suo territorio.
Quello di Musmeci per noi è un esempio di architettura urbana che non è da interpretare solo come un fugace passaggio o formula sperimentale bensì come una precisa lezione che indicava già da allora la possibilità di realizzare opere di collegamento viarie, utili e funzionali al territorio. Ma, soprattutto, in tempi certi e a costi contenuti se confrontati con quelli attuali.
Ricordiamo a tutti che Il “Ponte sul fiume Basento” fu costruito per rispondere all’esigenza di avere un’area di ingresso alla città più adeguata e consona al nome di un capoluogo di Regione e per collegare con più facilità la zona industriale, allora in espansione, con il resto della città bypassando i binari della ferrovia che procuravano ingorghi e rallentamenti veicolari.
E a distanza di 40 anni, il Ponte è ancora lì in tutta la sua possente e armonica presenza nonostante l’incedere degli anni e il verificarsi di numerosi eventi sismici che hanno interessato la città.
Un esempio eccezionale di architettura strutturale che noi non vogliamo resti nel dimenticatoio ma che invece rappresenti un nuovo inizio, una pietra miliare alla quale guardare nella progettazione e realizzazione di opere strategiche per la città, un punto di riferimento per amministratori, architetti, studenti e tutti coloro che hanno a cuore il presente ma anche il futuro di questa città.
Senza timore di smentita possiamo affermare che l’opera di Musmeci è l’emblema dell’architettura che si fa arte, un’opera che non allontana la vista umana bensì la attrae, facendo percepire interamente il senso dell’ingegno, il piacere dell’utile e del bello che cerchiamo senza successo e da tempo in opere odierne.
Il ponte non è soltanto un’infrastruttura al servizio dello sviluppo urbano della città.
“È un oggetto architettonico denso di significati e suggestioni- come scrive la Margherita Guccione- che ridisegna con singolare maestria il paesaggio del caos urbanistico del dopoguerra”.
La portata culturale del ponte ma, soprattutto la sua funzionalità nello scenario ambientale e paesaggistico della nostra città, non è ancora pienamente valutata e valorizzata sebbene l’opera di Musmeci sia entrata a pieno titolo nella storiografia dell’architettura contemporanea.
Progettato a partire dal 1967 e costruito dal 1972 al 1974, (la prova di carico venne effettuata il 22 maggio 1975 sotto la direzione di Arrigo Carè) per un impegno di circa 900 milioni di lire il viadotto scavalca il fiume Basento, due strade della zona industriale e lo scalo ferroviario di Potenza con quattro campate di settanta metri.
Fu grazie alla tenacia e alla managerialità dell’allora Presidente del Consorzio Asi, Gino Viggiani se oggi il nome di Musmeci è legato a doppio filo alla storia della nostra città.
Viggiani fu infatti uno dei primi a raccogliere la sfida della realizzazione del ponte e a portarla a compimento nonostante fosse circondato da numerosi scettici e contrari all’opera.
Se volessimo riverberare la provocazione di Musmeci sino ad oggi , diremmo allo stesso modo che questa è rivolta a noi tutti e rappresenta uno stimolo a non cadere nell’inerzia mentale e a cedere alla staticità di pensiero, ma è complessivamente un invito a sperimentare sempre nuove forme e nuove espressioni comunicative nel rispetto dell’ambiente in cui viviamo.
Egli soleva dire : ”
L’originalità del Ponte Musmeci non è tanto il ‘sopra’, ovvero quello che è in superficie ma, in questo caso, è il ’sotto’ a essere lo spazio qualificato dall’infrastruttura; forse è per questo, non senza rammarico, che non siamo ancora ben consapevoli dell’enorme risorsa che abbiamo sotto i nostri piedi e che attraversiamo con le nostre auto. La passeggiata pedonale a saliscendi inventata da Musmeci sul dorso della membrana costituisce la grande trovata di avere un paesaggio interno all’infrastruttura, esempio unico in Europa.
Noi crediamo che Musmeci abbia amato la nostra città più di quanto noi potessimo immaginare, e lo deduciamo non solo dalla presenza del figlio Paolo al nostro incontro, ma anche dalle parole di sua moglie Zenaide Zanini quando documenta la gioia espressa dal marito che finalmente aveva l’occasione di esprimere i suoi studi e le sue proposte strutturali innovative.
Le proposte di valorizzazione del ponte su www.circoloangillavecchia.it.
18 mar
Nei festeggiamenti in corso per il 150° anno dell’Unità d’Italia sale forte il desiderio di gran parte degli italiani di partecipare ad un evento straordinario che per un po’ di giorni di sicuro coprirà le fratture e le differenze tuttora esistenti nel nostro Paese.
Queste celebrazioni cadono in un momento molto delicato non solo per la parzialità di un governo impegnato nel difendere l’immagine scalfita del suo premier, ma anche e soprattutto per i segnali negativi che l’economia complessivamente ci consegna.
Ciò è ancor più drammatico se gran parte di questa difficoltà viene dal Sud, area del Paese in cui persiste una crisi strutturale che non lascia spazio a nessuna interpretazione.
Il gap tra il nord e il sud dell’Italia ancora persiste, anzi se leggiamo gli indicatori forniti dai maggiori studi di settore sull’economia, la disoccupazione, l’emigrazione e la nascita di imprese e infrastrutture, lo stesso non sembra indietreggiare.
La disoccupazione- su tutte- è la piaga che ci lascia ancora molto preoccupati soprattutto perché accompagnata da una nuova emigrazione a favore del settentrione o, nel caso peggiore, dalla fuga di tante giovani intelligenze che preferiscono addirittura l’estero al Belpaese.
Le riforme poste in essere dal governo Berlusconi, fatto di tagli lineari, non ha prodotto gli esiti positivi che si aspettava anzi ha acuito le differenze tra poveri e ricchi, tra occupati e inoccupati, tra nord e sud del Paese. E ciò, ovviamente, ci consegna un quadro che di unitario ha ben poco se assumiamo come riferimento tali parametri.
A ciò và aggiunto che a livello istituzionale la presenza di una forza di governo ancora fautrice di quel concetto di presunta superiorità alimenta egoismi territoriali che di certo non fanno crescere in maniera organica il Paese
Il caso dell’abbandono dell’aula consiliare regionale della Lombardia prima dell’inno di Mameli da parte di eletti leghisti e il silenzio assunto dai ministri della Repubblica della stessa forza nella solenne cerimonia di ieri a Camere riunite, è una brutta pagina di questa festa che conferma in maniera lampante la presenza di due culture, di due interpretazioni della storia, di due modi diversi di intendere la politica. Un ostacolo reale alla completa unità territoriale e alla crescita armonica dell’Italia.
Per cui, diciamocela tutta, questa Festa dell’Unità non è stata proprio quella che ci aspettavamo; di sicuro non è quella che albergava nelle menti e nei propositi di chi l’ha fortemente voluta e cercata attraverso un secolo e mezzo di battaglie e sacrifici anche umani.
L’auspicio che conserviamo è che la politica, ma anche la società civile, i centri del sapere, le migliori sensibilità del Paese, possano lavorare insieme nei prossimi anni per ridurre queste diseguaglianze e azzerare le evidenti anomalie presenti nel “sistema Italia”.
Sarà necessario partire dalla consapevolezza che all’Unità, quella territoriale e politica, si arriva attuando una serie di riforme strutturali capaci di colmare le differenze sociali ed economiche ma anche promuovendo percorsi e proposte culturali che esaltino le differenze come una risorsa del Paese giammai come motivo di divisioni, che riconsegnino centralità all’etica pubblica nell’azione dei governanti, che suscitino sentimenti di rispetto nei confronti del prossimo e di attenzione verso i più deboli.
Chissà se tutto ciò potrà essere realizzato nei prossimi 50 anni; in caso positivo significherà che le nuove generazioni saranno migliori di quelle a cui succedono e che gli italiani festeggeranno un 200° anniversario nel nome di un’Italia davvero Unita.
24 mar
Perché non provare ad ospitare gli immigrati nei tanti piccoli centri della Basilicata in via di estinzione?
E’ la domanda che vorrei porre in queste ore ai nostri governanti poichè il tema del trasferimento degli immigrati dal nord africa è entrato prepotentemente nell’attualità cittadina.
A scanso di equivoci premetto che è giusto farsi carico cristianamente di chi soffre ed è in difficoltà, per cui la mia non vuole essere una presa di posizione da intollerante o campanilismo spicciolo per difendere a tutti i costi la città capoluogo.
E’ semplicemente una considerazione spontanea maturata a margine della decisione presa di trasferire gli immigrati presso l’ex Caserma di via Ciccotti a Potenza peraltro senza considerare la posizione centrale del sito in un quartiere che francamente è già intasato di suo per la funzione di collegamento strategico con altre strutture di servizio.
Se pensiamo per un attimo a quanti piccoli centri della Basilicata e del sud in generale stanno pian piano scomparendo dalla cartina geografica e di quanto inefficaci siano state ad oggi le politiche prese dai governi per far fronte a questo drammatico problema, non tarderemo a capire che da una percepibile difficoltà potrebbe nascere una occasione seria di ripopolamento di queste aree.
D’altronde ci troviamo di fronte ad uno scenario che parla di oltre 2000 fughe all’anno dalla Basilicata per diverse e note questioni, e di ben 97 paesi a rischio estinzione. A ciò aggiungiamo che il fenomeno dell’immigrazione dai paesi dell’Africa in particolare, non è certo destinato a rappresentare un singolo episodio rispetto al quale anche i grandi centri dovranno prima o poi confrontarsi.
A Craco, per ritornare ad oggi, caratteristico paesino del Materano, set cinematografico scelto da diversi registi come Rosi e Mel Gibson, Antonio Duca sposato con tre figli vive da solo in compagnia delle sue 400 capre…..e di esempi di una terra che ha tante ricchezze naturali che non riesce a sfruttare a fini produttivi e di sviluppo, se ne potrebbero fare a iosa.
Il caso dell’integrazione razziale non è nuovo se guardiamo alle tante altre zone d’Italia in cui si è concretizzata mediante l’adozione di politiche serie a sfondo sociale e lavorativo come pratica di successo. Sono circa 4 milioni gli immigrati regolari in Italia e molti di loro hanno trovato lavoro senza toglierlo a nessuno, si sono sposati con italiani e hanno messo su famiglia in un contesto di armonica convivenza.
Pertanto, la Regione Basilicata, con gli uffici preposti, dovrebbe essere in grado di organizzare veri e propri piani di integrazione sociale a favore di questi sfortunati e facilitare il loro inserimento nei paesi a rischio estinzione della nostra regione che offre ancora tanto dal punto di vista delle risorse ambientali e naturalistiche e, sono convinto, anche dell’ospitalità. Stesso impegno per una effettiva integrazione è richiesto alla scuola, alle parrocchie, e alle associazioni del territorio.
Per quanto attiene il lavoro invece che puntualmente sembra essere minacciato e sottratto dall’invasione dello straniero, sono convinto che in giro non ci sia poi tanta volontà da parte dei giovani di occuparsi di boschi o di frutteti e/o di tutta una serie di lavori a sfondo sociale che solo a parole oggi definiremmo “umili”.
28 apr
A seguito di un seminario tenutosi a Potenza nei giorni scorsi dal titolo “Conoscere il Nucleare” abbiamo raccolto in sintesi il parere dei tre esperti che hanno relazionato durante i lavori.
Il Microscopio, considerato il ruolo strategico dell’ informazione che deve avvicinare e non allontanare dalla conoscenza, sopratutto su una materia così delicata, ritiene doveroso pubblicarne i contributi.
Professor Capozziello* perché il nucleare fa ancora paura nonostante negli ultimi anni molti Paesi hanno deciso di costruire nuove centrali ?
Secondo me il nucleare continua a far paura perche’ l’opinione pubblica lo collega a catastrofi quali quella di Cernobyl o alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaky. In realta’, una corretta politica e gestione del nucleare sono necessarie, se vogliamo rimanere tra i paesi industrializzati. L’obiezione piu’ semplice da fare a chi rifiuta il nucleare è che tutti i paesi al nostro confine hanno centrali nucleari (quindi un eventuale disastro ci coinvolgerebbe immediatamente). Dire che il nucleare è qualcosa che deve restare al di fuori dei nostri confini è semplicemente miope e demagogico. Il punto nodale è “gestirlo” con competenza e accortezza. Certo se in Italia non si riesce a fare una politica di gestione dei rifiuti, immaginiamo una politica di gestione del nucleare e delle relative scorie. I governi, di qualunque schieramento, dovrebbero imparare a programmare politiche energetiche di ampio respiro, non condizionabili dall’emotività popolare e tecnicamente valide. In una situazione di continuo scontro politico, gestire il nucleare è semplicemente impossibile. Ma, ripeto, se vogliamo essere un paese all’avanguardia dobbiamo pensarci seriamente e investire nella ricerca.
Quale è la differenza tra fissione e fusione nucleare?
La fissione consiste nello scindere un nucleo pesante (quale l’uranio) in nuclei piu’ leggeri tramite il bombardamento di neutroni. La fusione nucleare, invece, consiste nel fondere nuclei leggeri, quali gli isotopi dell’idrogeno, in nuclei piu’ pesanti quali quelli di elio. E’ immediato capire che nel secondo caso, a parte il rilascio di energia, non ci sono scorie. Il problema della fissione è che ancora non abbiamo la possibilita’ di “confinarla” cioe’ di gestirla in modo tale da produrre energia per bisogni industriali. Attualmente, comunque, sono in corso studi in questo senso.
A che punto è in Italia la ricerca e lo sviluppo tecnologico nel campo della sicurezza degli impianti e nello smaltimento delle scorie?
Teoricamente l’Italia sarebbe un paese all’avanguardia. I nostri migliori tecnici lavorano all’estero (per esempio Francia o Gran Bretagna). Per lo smaltimento delle scorie occorrerebbero, invece, politiche serie sia a livello nazionale che regionale, ma secondo me, l’attuale clima politico non lo consente.
Secondo lei sulla tematica nucleare esiste una consapevole e matura conoscenza della materia da parte di tutti?
Assolutamente NO! Il nucleare non è materia di opinionisti o di referendum. Va inquadrato in una politica energetica dove le competenze tecniche andrebbero coniugate a piani industriali di lungo respiro.
* Universita’ di Napoli “Federico II” e Istituto Nazionale Fisica Nucleare Sez. di Napoli
Professor Tagliapietra* perché il nucleare fa ancora paura nonostante negli ultimi anni molti Paesi hanno deciso di costruire nuove centrali ?
Il Nucleare fa paura perchè non se ne ha un’adeguata conoscenza. Se ne parla molto solo in casi “estremi” di incidente. La gente dovrebbe essere bene informata sui rischi, ma anche e soprattutto su come ogni giorno, grazie al nucleare, si ottengano nuove ricadute tecnologiche sia in campo medico, sia in campo industriale. Si tratta di una fonte di energia non sostituibile, facente parte di un mix energetico che nessun paese sviluppato può permettersi di eliminare, ovviamente se concepito con i dovuti criteri e con la dovuta sicurezza…porto ad esempio “la scoperta del fuoco” dei nostri predecessori…ricadiamo nell’ovvio, il fuoco doveva essere controllato.. dunque? Cosa sarebbe accaduto se avessero deciso di rinunciarvi?
A mio modesto parere bisognerebbe informare in maniera onesta e trasparente la popolazione, senza porsi per partito preso a favore o contro questa forma di energia. Il rischio potrebbe essere quello di ritrovarsi nella situazione in cui è troppo tardi per decidere di tornare al nucleare.
Sono in atto cambiamenti climatici di una certa importanza e in futuro, potrebbero presentarsi situazioni geofisiche estreme alle quali saremmo in grado di far fronte soltanto con l’ausilio di una forma di energia come quella nucleare (Fissione/Fusione) per poter sopravvivere.
Per quanto concerne le energie rinnovabili (fotovoltaico, solare, eolico, idroelettrico…) sono pienamente a favore di un loro sfruttamento ma ho la cosapevolezza che non possano essere da sole la risposta ad un problema energetico come quello che si presenterà negli anni a venire. Vogliamo fare un esempio parlando di pannelli solari? La superficie della terra è sempre la stessa e la popolazione è in continua crescita. Considerando gli ampi spazi necessari per avere una potenza adeguata, il problema salta subito all’occhio, presto o tardi, non ci sarà più lo spazio per mettere pannelli! Dove li metteremo, nello spazio?? E in caso di una rivoluzione geofisica/climatica?? Sicuramente a tutti piacerebbe sopravvivere…
Può riassumerci in breve cosa è accaduto davvero a Fukushima?
Alla centrale di Fukushima è avvenuto un incidente grave in seguito ad un terremoto di magnitudo 9 (uno tra i più potenti terremoti con cui il Giappone si è dovuto confrontare) e ad uno Tzunami (onda di ritorno del mare a seguito di sisma). La combinazione terremo-onda ha creato un sequenza incidentale che ha portato alla perdita dei sistemi di raffreddameto del rattore. Lo spegnimento del reattore è stato garantito dalla progettazione a “sicurezza intrinseca” che utilizza fenomeni fisici naturali senza interventi esterni (elettro-meccanici). Il reattore dopo il suo spegnimento, necessita però di una fase di raffreddamento per asportare il calore di decadimento delle barre di combustibile.
Per questa ragione, i tecnici della centrale hanno iniettato acqua di mare (borata) per raffreddare il nocciolo del reattore, ma ad alte temperature, la guaina delle barre di combustibile al contatto con l’acqua, produce per reazione chimica idrogeno che deve essere sfiatato dal reattore per evitare pericolose esplosioni. Questa operazione è stato eseguita secondo le procedure e l’idrogeno è stato fatto detonare nel sottotetto dell’edificio reattore (esplosione vista in TV). Si tratta, come detto, di un’operazione prevista secondo il protocollo di emergenza. Quello che è stato visto esplodere non era il reattore ma il tetto dell’edificio a seguito di detonazione controllata d’idrogeno. La fuoriuscita di gas di I131 e Cs137 è stata dovuta ad un pericolo di sovrapressione dentro il contenitore del reattore e congiuntamente ad una perdita che ha fatto riversare in mare dell’acqua di raffreddamento.
Quali sono le conseguenze sulla salute causate dall’incidente di Fukushima?
Innanzitutto evitiamo l’immancabile paragone tra l’Incidente di Fukushima e quello di Chernobyl, in quanto le modalità incidentali sono completamente differenti e lo stesso vale per le conseguenze radiologiche associate. Il reattore di Chernobyl operava in piena potenza e l’esplosione rilasciò gran parte della sua contaminazione in aria. L’incidente fu causato da un esperimento sul reattore da parte degli operatori in cui erano stati escluse le procedure di sicurezza.
Il caso di Fukushima (seppur grave) è di minor gravità da un punto di vista radiologico. Lo spiego con un esempio banale. Supponete di avere un bibita in lattina, se vi cade, la rovescerete in terra su una zona circoscritta. Se ripetete lo stesso esperimento mettendovi un petardo dentro, questa, a seguito dell’esplosione, macchierà tutte le superfici della stanza e anche voi.
Dunque la situazione in Giappone è circoscritta ad una zona non molto grande (minore di 20/30 km di raggio) e, grazie ad un piano di emergenza esterna riuscito e composto (in maniera precauzionale dal blocco alimentare e bevande e da un cordone di zona controllata intorno alla centrale) si è eliminata la contaminazione per ingestione, inalazione ed irraggiamento diretto.
Tutte le dosi da radiazioni in Giappone, a parte qualche valore nel distretto di Fukushima, sono sotto il livello limite di legge ( Agenzia Internazione Energia Atomica).
Per quanto concerne il riversamento in mare di acqua contaminata, se non vi saranno ulteriori fuoriuscite, per fenomeni di diluizione e miscelamento delle correnti oceaniche si avranno valori di concentrazioni nei limiti di legge.
A mio avviso gli effetti sulla salute dell’uomo saranno trascurabili. Non vorrei essere frainteso, non sto dicendo che non si sia trattato di un incidente molto grave. Dico però che grazie alla politica giapponese del “No panic” è stato fatto in maniera tempestiva tutto il possibile per limitare al minimo i danni correlati ad un incidente di questa portata (anche se la centrale di Fukushima è “persa” a livello di impianto).
Resta il rammarico nato dalle molte critiche mosse ai giapponesi sulle azioni intraprese dai medesimi nella gestione della crisi. Inquadrando la situazione, tra terremoto e tsunami sono intercorsi soli 10 minuti e in questo lasso di tempo hanno perso la vita più di 30.000 persone. In quei 10 minuti sono state fatte scelte coraggiose e difficili. Saremo stati ingrado di fare di meglio? Per quel che mi riguarda, mi schiero dalla parte di coloro che vorrebbero imparare da loro. Mi soffermo a fare una riflessione sul fatto che in caso di alluvione, da noi, è già “Allerta Generale”.
Secondo lei l’Italia potrà fare a meno del Nucleare?
No. Un ritorno al nucleare, tuttavia, non può essere fatto solamente da semplici proclami. Non si può soprassedere dall’informare la popolazione in merito al perchè di certe scelte. Prima di prendere decisioni bisognerebbe “alzare il sipario” e fare uscire i nomi di quelli che saranno gli “attori principali” di questa operazione. Le scelte andranno prese in maniera consapevole e condivisa e una volta passati all’azione bisognerebbe attenersi a rigide regole di serietà, affidandosi a persone competenti. In Italia abbiamo ottimi potenziali candidati per ricoprire questi ruoli. Per concludere, volendo palesare un concetto basilare ”Se si farà si dovrà fare in maniera seria, altrimenti sarà meglio non fare nulla”.
* Responsabile Radioprotezione Esperimento TERA, Dipartimento di Fisica,CERN Ginevra
Dottor D’Angola* perché il nucleare fa ancora paura nonostante negli ultimi anni molti Paesi hanno deciso di costruire nuove centrali ?
Credo che in alcuni paesi la produzione di energia nucleare faccia paura essenzialmente perché su questo tema vi è una forte mancanza di cultura scientifica che determina come in un circolo vizioso disinformazione. La scelta di molti paesi, sia quelli in via di sviluppo che le maggiori potenze economiche, di ricorrere oggi e in futuro anche all’energia nucleare è legata alla necessità di avere energia. Il benessere di un paese è strettamente connesso alla capacità di produrre energia.
Quale è la differenza tra impianti nucleari di nuova e vecchia generazione?
Nelle centrali di III e III-plus generazione il principio di funzionamento non cambia rispetto alle centrali delle generazioni precedenti. Il progetto delle nuove centrali riduce sensibilmente la probabilità di incidenti con implicazioni sulla integrità del nocciolo del reattore. Le nuove centrali, a fronte di un maggior costo di costruzione, prevedono due edifici di contenimento in acciaio e cemento in grado di resistere ad eventi naturali catastrofici e all’impatto con aerei di linea. La ridondanza dei sistemi di raffreddamento è aumentata di un fattore tre/quattro in modo da ridurre sensibilmente la probabilità di incidente. Allo stesso tempo le nuove centrali sono progettate per avere un rendimento del combustibile maggiore. Nelle centrali di nuova generazione viene quindi aumentata la sicurezza e il rendimento del combustibile nucleare senza apprezzabili miglioramenti sulla produzione di scorie.
Può riassumerci in breve cosa è accaduto a Chernobil 25 anni fà?
L’incidente di Chernobyl, accaduto circa 25 anni fa, rappresenta senza dubbio il più grave incidente nella storia dell’energia nucleare. Durante l’esecuzione di un test, nel quale si voleva verificare se in mancanza di energia nella rete esterna, il sistema turbina-alternatore aveva sufficiente inerzia rotazionale per provvedere a fornire energia elettrica ai circuiti di sicurezza per il tempo necessario a far intervenire il generatore elettrico di emergenza azionato da due motori diesel, il reattore fu portato in condizioni di forte instabilità, ovvero fu reso fortemente sovracritico a seguito della completa estrazione delle barre di controllo e alla formazione di vapore in eccesso. Nonostante le procedure scritte prevedevano che il reattore in tali condizioni dovesse essere spento, gli operatori decisero comunque di eseguire il test commettendo una serie di errori che portarono alla perdita totale del controllo a tal punto che non fu più possibile procedere allo spegnimento completo del reattore stesso. Il reattore non prevedeva da progetto edifici di contenimento e a seguito della esplosione dovuta al vapore in pressione e all’incendio del moderatore di grafite vi fu rilascio diretto nell’atmosfera di ingenti quantità di radionuclidi. Il rattore era quindi un reattore con un livello di sicurezza molto basso oltre che con numerosi difetti di progettazione. La popolazione fu avvisata solo il giorno dopo quando ormai era tardi per alcuni importanti interventi a tutela della salute della popolazione e nei giorni successivi furono impiegate centinaia di migliaia di soldati per coprire il reattore completamente scoperto. Le altre tre unità della centrale continuarono a funzionare per anni in quanto rappresentavano una risorsa importante di energia per l’Ucraina.
In conclusione l’incidente di Chernobyl è da ascrivere principalmente alla mancanza di competenze del personale addetto al controllo del reattore stesso oltre che ad un livello di sicurezza di quel tipo di reattori estremamente basso.
Secondo lei l’Italia potrà fare a meno del Nucleare?
Certamente. La conseguenza però sarà, dal mio punto di vista, un impoverimento economico del nostro paese. Come ho già detto in una precedente risposta le risorse energetiche rappresentano la condizione necessaria affinché un paese possa rappresentare una potenza economica. Paesi come il nostro che non hanno significative risorse energetiche naturali e che vogliono mantenere elevati standard hanno bisogno di energia. Accanto allo sviluppo dell’importante ma non sufficiente contributo delle fonti rinnovabili e ad una sempre maggiore efficienza energetica ritengo che il nucleare con elevati standard di sicurezza sia una strada da seguire.
3 mag
Ebbene si, sono stato fortunato. Posso ritenermi fortunato perché ho avuto il piacere di godere per ben 27 anni del Pontificato di Giovanni Paolo II, dal 1 Maggio proclamato Beato con una cerimonia che lascerà il segno.
La piacevole sensazione che ho ricavato durante questi lunghi anni del suo Pontificato è stata come quella che si respira in una grande famiglia le cui sorti vengono affidate ad un Padre accorto, esempio di vita e di bontà, amabile e severo al momento giusto. Papa Giovanni Paolo II è stato il garante degli equilibri internazionali, un uomo che comunicava tranquillità e serenità al mondo intero; quando c’era lui si aveva la sensazione di stare con le spalle coperte, di vivere in un mondo che sbagliava sì, ma che aveva ancora la possibilità di rimediare poiché, se vi fosse stato bisogno, il suo intervento sia sotto forma di monito sia sotto forma di richiamo ai principi e ai compiti dell’umanità, sarebbe prima o poi giunto a riportare la normalità nelle cose. Papa sempre presente, accanto ai deboli e agli ultimi, Papa che ha sconfitto i totalitarismi ma, cosa ancor più vera, il Papa che ci ha avvicinato come non mai al Figlio di Dio. Non sarà facile dimenticare le sue parole: “Non abbiate paura, spalancate le porte a Cristo” testamento che racchiude al meglio il suo messaggio al mondo e la sua missione terrena.
Non potrò mai dimenticare quando subito dopo il terremoto del 1980- che colpì tragicamente Potenza e diversi centri della Lucania- scese dall’elicottero nei pressi dell’Ospedale San Carlo e si precipitò ad infondere parole di speranza e incitamento per invogliarci ad andare avanti e a non retrocedere rispetto all’angoscia di quei giorni.
Avevo solo 10 anni ma quelle immagini difficilmente potrò rimuoverle dalla mia memoria. Così come ancor meglio, poiché avvenuto nell’aprile del 1991, conservo il ricordo della sua seconda visita a Potenza ; un’esperienza bellissima vissuta come componente del servizio d’ordine sia in Piazza Prefettura che allo Stadio Viviani ove avvenne l’incontro con migliaia di giovani lucani.
Ricordo, in particolare, l’attesa in Piazza Prefettura, le voci che si rincorrevano sul suo imminente arrivo, la composta e paziente sosta delle persone che dietro le transenne mi chiedevano se ero aggiornato in merito all’inizio dell’evento. Rammento che anch’io stralunato e spaesato quanto loro, raccolto nella casacca gialla, cercavo di reperire qualche notizia dai miei compagni d’avventura e cercavo di percepire qualcosa dai movimenti e dai boatos di coloro i quali, parte della folla, erano più prossimi alla via d’accesso principale alla piazza.
La luce che lo anticipò e lo avviluppò completamente come fosse uno scudo luminoso e accecante montato ad arte sulla sua Papa mobile all’ingresso in Piazza, fu un fenomeno che notai e che mi lasciò per qualche tempo senza parole.
Ricordo che salì, successivamente sul balcone del Palazzo della Prefettura e da lì annunciò parole che vennero intervallate da canti di giubilo, applausi, inni alla gioia.
E’ riuscito a farsi amare da tutti, ha utilizzato come pochi l’ arte della comunicazione per veicolare in tutti gli ambienti il messaggio del Vangelo. Ha saputo riportare al centro della storia la persona, la dignità umana, e valori veri come la famiglia e il lavoro. E’ stato vicino ai giovani, ai sofferenti, alla gente del sud. Non sarà facile dimenticarsi di Lui, ma soprattutto seguirlo ed imitarlo nella perenne battaglia all’individualismo e al nichilismo etico del terzo millennio. Dobbiamo almeno provarci….
Grazie Papà Karol, non ti dimenticheremo mai.
31 mag
Perché e come avvenne la canonizzazione di Gerardo della Porta da Piacenza vescovo di Potenza fino al 1119, anno della sua dipartita terrena?
Ebbene in questi giorni di festa incuriosito dalla questione ho ripreso in mano il libro di don Gerardo Messina “Dal Po al Basento”, in cui si ripercorrono le vicende storiche più importanti e dettagliate della vita del Santo Patrono e della festa a lui dedicata.
Rileggendo il paragrafo relativo all’evento annoto che il vescovo di Potenza, venne proclamato Santo (secondo alcuni nel 1120) con il rito della “viva voce” ovverosia mediante la pronunzia orale diretta da parte del Papa di allora, Callisto II. Tutto ciò ovviamente dopo che lo stesso Pontefice aveva ricevuto parere favorevole da una commissione preposta che aveva il compito di esaminare la vita e le virtù di Gerardo della Porta.
Cosa davvero particolare ed insolita se confrontata con i tempi di oggi poichè la Chiesa non si esprime se non dopo aver istituito e seguito il tradizionale iter , che dura in genere molti anni, chiamato processo canonico. Tra le altre cose, negli ultimi decenni, è richiesto che vengano riconosciuti dei miracoli attribuiti all’intercessione della persona oggetto del processo. La Congregazione per le cause dei Santi si esprime in genere solo dopo l’accertamento di episodi che la scienza non sà spiegare e solo dopo aver esaminato dettagliatamente tutte le testimonianze o documenti ricevuti.
Nonostante le ovvie difficoltà di conservazione e trasmissioni delle fonti, nella storia del nostro Patrono, un miracolo ci fu e venne menzionato. Forse fu anche per questo che la Chiesa dopo solo un anno dalla morte e sottolineo un anno, ritenne giusto decretare la canonizzazione di San Gerardo.
A farne accenno fu il vescovo Manfredi, successore di San Gerardo, il quale riferì che durante un tragitto in periodo estivo , il Santo in compagnia di chierici, fedeli e monaci giunse in una località della città detta Santa Maria; i suoi compagni di viaggio piegati dalla sete e oppressi dalla calura avrebbero desiderato bere un po’ di vino.
Il Santo impietosito da quella richiesta, dispose di farsi portare dell’acqua da una vicina fonte (localizzabile nell’attuale via Angilla Vecchia) e invocata la benedizione celeste la mutò in vino.
Il biografo scrive di non essere stato presente all’accaduto ma di averlo appreso dopo la morte di Gerardo poiché, per suo esplicito volere, chiese ai presenti di giurare che del fatto non ne dovevano fare parola almeno fino alla sua morte.
Di questo miracolo si parla sia nella “Historia” dello storico Rendina che in “Dell’Historia Ecclesistica di Piacenza” di Campi. Avvenimento successivamente raffigurato dal dipinto di Mario Prayer che immortala il miracolo nel disegno visibile nella Cattedrale di Potenza fortemente voluto dall’indimenticabile Mons. Bertazzoni nel 1933.
Ma c’è un altro motivo che indusse la Chiesa a concedere la canonizzazione del Nostro così celermente e senza esitazione alcuna, ed è un motivo altrettanto importante e significativo al pari del miracolo stesso. Sto parlando di quella imponente manifestazione di pietas cristiana che attraverso l’affetto, l’amore e la devozione il popolo potentino mostrò al suo vescovo subito dopo la sua dipartita. Difatti nei documenti storici si legge che sulla sua tomba si riversarono da subito migliaia di pellegrini, fedeli malati e infelici in cerca di conforto. “E come in vita cambiò l’acqua in vino per i contadini-scrive ancora il Manfredi- così dopo morte ridiede la salute ai malati, la vista ai ciechi, il passo spedito ai paralitici”.
Tanto si potrebbe ancora scrivere sulle virtù e le opere pie di San Gerardo della Porta ; mi soffermo solamente a sottolineare che forse accanto alla festa frugale, alle manifestazioni annesse, alle polemiche che puntualmente si verificano su alcuni aspetti organizzativi, non sarebbe poi male se nelle nostre scuole, nei centri culturali, nelle sedi deputate, si approfondiscano quegli aspetti storici, culturali e antropologici che portino ad una conoscenza più dettagliata e consapevole di quel periodo di storia potentina e del grande ruolo che in essa svolse in primis Gerardo della Porta: Pellegrino di Pace.
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